Jussi Adler-Olsen | La donna in gabbia

Confesso, ho il letto il mio primo giallo scandinavo. Prima non mi era mai venuta voglia. E non ho neppure mai visto i film tratti dai bestseller di Stieg Larsson. Però, quando ho cominciato a sfogliare La donna in gabbia di Jussi Adler-Olsen, cioè, non ci volevo credere.

Uno è abituato a sentir dire che i paesi scandinavi sono i più civili e avanzati, tra i migliori posti in cui desiderare di vivere tranquillamente la propria vita. C’è la grande speranza della socialdemocrazia, ci sono servizi perfetti, governi che governano, università che istruiscono e forze dell’ordine irreprensibili che ordinano. Dicono che ci siano tasse bassissime, anche se non è proprio vero. E poi ci sono donne bellissime. Provate voi a fare un giro a Stoccolma o a Copenhagen e poi ditemi se non ci sono donne bellissime (senza nulla togliere alle altrettanto bellissime donne italiane). Insomma, sono tutti felici e hanno denti bianchissimi con Daygum Protex.

Vabbè, c’è sto inghippo dei mesi di buio… ma che sarà mai. Tanto ci sono le donne bellissime con i denti bianchissimi che risplendono al buio e il problema è risolto.

E invece leggo il mio primo giallo scandinavo, come sempre edito da Marsilio che ha fatto degli autori nordici il proprio cavallo di battaglia, e ci trovo delle cose orribili. Omicidi, torture, perversioni e chi più ne ha più ne metta (ma se poi si vanno a vedere i tassi di suicidio dei paesi europei, qualche dubbio sulla sanità mentale di questa gente ti può pure venire…). Adler-Olsen continua poi descrivendo corpi di polizia disorganizzati e squattrinati, politici corrotti che si fanno gran mangiate di soldi pubblici, famiglie emarginate ai limiti della sussistenza… sembra proprio di essere in Italia! (a parte i denti bianchissimi).

Giunto alla fine del libro – che, va detto, ha un ritmo davvero incalzante – non so se sono più preso dalla sorte di Merete Lynnegard o dai miei pensieri. Specie su Assad. Sì, lui, il vero jolly del racconto, l’imbarazzante assistente magrebino del detective Carl Mørk. Un immigrato clandestino dal passato quanto mai torbido che sotto al folto pelo scuro e alle coltri di fumo d’incenso nasconde doti imprescindibili per la risoluzione del caso. Niente di più lontano da tutte quelle cose bellissime, bianchissime e depressissime che si possono trovare in Danimarca, ma a me pare proprio che il vero vincitore, in fondo in fondo, sia lui.

E penso: «Vedi che l’erba del vicino è sempre la più verde».

E penso: «Ma sì, mi piacciono questi gialli scandinavi».

Michele Marcon

Mi piace leggere, per questo leggo di tutto: le scritte sui muri, i foglietti illustrativi delle medicine, gli ingredienti sulle scatole di biscotti, le espressioni sui volti delle persone e sì, anche i libri.

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