Kevin Wilson | Scavare fino al centro della terra

Allora, tempo fa, quando pensavo alla me bambina-ragazzina-adolescente, vedevo una bambina-ragazzina-adolescente estremamente problematica. Cioè una piccola personcina che a guardarla da lontano vorrei solo poter andare dai miei genitori della fine degli anni ’80 e dire loro: fate qualcosa, c’è qualcosa che non va. Niente brutte strade, droghe o simili. Magari. Intendo proprio pensieri anomali, stranezze, fantasie pittoresche.

Scavare fino al centro della terraIn realtà ho poi scoperto con il tempo che ognuno ha le sue, da sempre, e che quelle che vedevo come “estremamente problematiche” sono in realtà dinamiche abbastanza tipiche di qualsiasi giovane essere umano dotato di fantasia, solitudine e curiosità. E probabilmente se ognuno di noi mette a paragone le proprie con quelle degli altri, scopriremo che sono anche tutte molto simili tra loro. E, ancor più probabilmente, ognuno di noi le ha ancora dentro, se le porta ancora addosso, solo in modo più “uniformato” al mondo che ci circonda.

Tra le cose che facevo io da bambina, per un paio di mesi c’è stata quella di fare qualsiasi cosa in un numero pari. Se aprivo una porta girando una maniglia, dovevo farlo due volte, o quattro. Lo stesso doveva succedere se il rebbio di una forchetta urtava un mio dente a cena. Ha un po’ dell’inquietante se si pensa che avevo sei anni, ed è un principio di ossessivo-compulsività, lo so; ma non è molto diverso da non voler calpestare le grate o, sui pavimenti a scacchi, voler toccare solo i quadrati chiari (o scuri), e questo lo abbiamo fatto tutti.

Ho anche fantasticato per anni di avere una sorella gemella che avevano tenuto nascosto a mia madre all’ospedale e una volta ho sognato (sognato nel senso onirico del termine) che ogni cosa che facevo era frutto di un sogno, mentre in realtà ero morta. Quando penso a quel sogno fatto a otto anni mi vengono ancora i brividi, portate pazienza.

Vi sto raccontando tutto questo perché Scavando fino al centro della terra (Fazi editore), oltre ad essere una raccolta di racconti davvero belli e talvolta pure molto spassosi, è un libro che mi ha fatto ricordare le nostre dinamiche. Quando ne avevo letto in giro, avevo letto la parola “surreali” accanto a quella “racconti” e non appena ho chiuso il libro ho pensato che la mia opinione era l'esatto opposto. Sono racconti di una realtà estrema, palpabile, esattamente come sono palpabili le nostre seghe mentali da ragazzini e le nostre paure di adesso.

Siamo tutti stati affascinati in qualche modo dalla morte, abbiamo tutte manie di catalogazione e accumulo di oggetti, ci siamo tutti sentiti soli, abbiamo tutti avuto paura di essere abbandonati perché non abbastanza *inserisci qui qualsiasi aggettivo faccia al tuo caso*.
Solo che Kevin Wilson fa una cosa grossa: spara questi concetti all’apice estremo della parabola che possono prendere. Li amplifica, ne fa una caricatura, come per farceli vedere attraverso una lente di ingrandimento talmente gigantesca che è impossibile far finta di niente. In qualche modo, durante la lettura, riesci a riconoscere immediatamente il trip che sta alla base del cervello del protagonista di ogni racconto, e lo riesci a ricondurre a qualcosa di tuo.

Le tue storie sono diverse, certo. Diversissime. Eppure ti vengono in mente, ci sorridi.
E alla fine, quello che ho pensato è che Scavare fino al centro della terra è una scatola dei ricordi, di quelle che avevi seppellito in giardino e avevi dimenticato. Poi un giorno il cane scava una buca e si presenta sulla porta di casa con quella scatola in bocca. E tu lo guardi e l'unica cosa che riesci a dire è

Oh.

Kevin Wilson, Scavare fino al centro della terra, Fazi Editore, 2014.

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

3 Commenti