Zadie Smith | L’ambasciata di Cambogia

Ne L’ambasciata di Cambogia non succede niente.
Succede L’ambasciata di Cambogia.
Succede un quartiere che si sveglia con L’ambasciata di Cambogia.
E succede una ragazza in particolare, la nostra protagonista, che si trova l’ambasciata di Cambogia.
Niente.

Be’, se fossimo poeti potremmo forse scrivere una qualche specie di ode su questa sorprendente apparizione dell’ambasciata. […] Ma noi non siamo proprio gente poetica. Siamo di Wallesden.

Zadie Smith scrive in modo meraviglioso, secondo me. Più precisamente, è per me meravigliosa da quando l’ho conosciuta: con Denti Bianchi circa cento mesi fa. Questo lo dico perché chi scrive in modo meraviglioso potrebbe scrivere anche una lista della spesa, potenzialmente meravigliosa. 

Le due cose insieme rendono L’ambasciata di Cambogia un libro dove succede lo sguardo.

Apparentemente non succede niente ma è poi una mia opinione. Tipo il badminton. Dentro questo libro, dentro l’ambasciata, coperta da un muro alto c’è una partita di badminton in corso, spesso. Io non ne so nulla del badminton, ho letto che qui si chiama volano e che si tratta di palleggiarsi una palla con una racchetta, lo scopo è farle toccare terra, e segnare un punto, nel campo avversario. E lo scopo è non farle toccare terra dalla propria parte, ma rimandarla di là dalla rete prima. La stessa cosa.

Zadie Smith_L'ambasciata di CambogiaFatou è il nome della nostra eroina. Fatou pare (sottolineo pare, perché non mi ricordo dove l’ho letto) sia la traslazione della mamma di Zadie Smith, che poi si chiamava Sadie. Ma sono altri lidi questi. Fatou nuota, crede nell’arte di arrangiarsi, immagina, va in chiesa, ha un amico che si chiama Andrew, lavora in una famiglia antipatica e resta ipnotizzata davanti allo scorcio di badminton che si intravede dall’ambasciata di Cambogia. A voler essere precisi, quello di Fatou è lo sguardo principale, ma è una storia di sguardo al plurale in effetti. Lo sguardo della signora Derawal, il marito Signor Derawal o l’addetta alla reception della piscina che Fatou frequenta. E quello di Andrew, l’amico con cui Fatou va sempre nel bar tunisino per scambiarsi sguardi sul mondo. E si sa, quando lo sguardo cambia, si vede tutto diverso. Diciamo che fa la differenza.

Ora, il badminton ha tutte delle regole al di là del fatto che guardarlo è diverso. Ha un passato, una tradizione, cose così. Ogni palleggio ha la storia con sé, ma mentre lo guardi, la questione è l’incisività del palleggio, del punto singolo. La brevità dell’atto che si porta dietro tutto chiaramente, ma vive nel momento. E, a essere onesti, è logico che ci siano dei fatti in questo racconto. Arriva un’ambasciata. In un quartiere londinese. C’è una ragazza che passa di lì. Lavora in una famiglia, le è successo anche qualcosa e poi finisce la storia. La ragazza si porta dietro accadimenti, tradizioni. Potrebbe essere una schiava oppure no. Indizi a favore ce ne sono, ma poi uno sguardo le dice che no, forse non lo è. E siamo nel momento. E in teoria, è il momento a dire molte cose.

Il punto è lo sguardo. E il punto è che non servono sempre grandi fatti per scrivere cose grandi. L’ambasciata di Cambogia non è un esercizio di stile puro, è più che altro essere incisivi e usare precisamente il numero di parole che servono a raccontare certe storie nella maniera migliore. Poniamo un diagramma con x a indicare la lunghezza di un racconto e y l’incisività nella narrazione (temi, personaggi, alfabeto). Ecco, L’ambasciata di Cambogia è una linea lunghissima che diventa parallela a y nei primi punti di x e poi continua e così va a segno. Come un palleggio di badminton. O una persona quieta che arriva a 21 e vince una partita, mentre il pubblico è stregato dal ritmo e non pensa più al resto. Poc, smash.

Sicuramente ci sono dei vantaggi nel tracciare un cerchio intorno alla propria attenzione e rimanerci dentro. Ma quanto dev’essere grande questo cerchio?

Zadie Smith, L'ambasciata di Cambogia, Mondadori, 2015.

Licia Ambu

Pensa che avere una sola personalità sia uno spreco di spazio. In fase di definizione a ciclo continuo, ama in ordine sparso nonché intercambiabile un sacco di cose.

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