Lavanya Sankaran | La fabbrica della speranza

Ci sono certi libri che ci trascinano letteralmente in altri mondi, in atmosfere così estranee e completamente opposte alla nostra realtà che, oltre a stupirci, ci affascinano per le loro particolarità e per la potenza delle immagini evocate dalle parole dello scrittore. Uno di questi è certamente La fabbrica della speranza, edito da Marcos y Marcos e scritto dall’indiana Lavanya Sankaran la quale, dopo aver studiato e lavorato in America, ha deciso di tornare nella sua Bangalore per raccontare la dualità della propria città e tutto il fascino del proprio paese.

La fabbrica della speranza, infatti, ci trascina tra i vicoli di Bangalore e, più precisamente, nella vita di Anand, proprietario di una fabbrica modello pronta a decollare sul mercato internazionale, e di Kamala, la domestica della sua casa. Mentre il facoltoso imprenditore, di umili origini, lotta contro i politici corrotti e la malafede del padre, che ancora non crede alla stabilità economica del figlio che ha cercato un lavoro diverso dall’occupazione paterna, Kamala cresce Nayaran con il solo aiuto delle sue forze, facendo sacrifici e lottando ogni giorno per la propria indipendenza economica, sognando di poter dare al proprio figlio la migliore istruzione possibile.

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Anand e Kamala, con le loro vite così diverse eppure così provate dalla società in bilico fra tradizione e innovazione, ci prendono per mano e ci rendono partecipi di un paese, l’India, che ancora oggi si divide fra estrema povertà e lusso sfrenato, fra chi ogni giorno prega per allontanare gli spettri e chi, inconsapevolmente, cerca di nascondere nella propria modernità quelle importanti memorie folcloristiche, prendendo ad esempio proprio quell’Occidente contro quale i loro nonni avevano lottato con le proprie forze per rendersi indipendenti. Lavanya Sankaran ci racconta tutto ciò con uno stile semplice ma diretto, alternando i capitoli con le vite dei due protagonisti lasciando quindi ogni micro – storia in sospeso per poi riprenderla, rimodellarla e lasciarla poi, ancora una volta, al suo destino. Una tecnica narrativa che permette così di intrecciare passato e futuro, svelando al lettore ogni segreto e ogni pensiero più recondito in modo sottile ma estremamente coinvolgente, contornando ogni episodio con piatti tipici della cucina indiana.

La fabbrica della speranza simboleggia non solo lo stabilimento di Anand – saar, il quale cerca in ogni modo di lottare per ciò che ha costruito nel corso della sua vita: la fabbrica di Lavanya Sankaran è l’intera India che ancora oggi continua a sperare di poter camminare a testa alta, senza nascondere la vergogna degli slum e dei maltrattamenti delle mogli. Perché, per ognuno di loro, è come una lotta con il presente per un futuro migliore, sognando quel passato che ha reso nota l’India per le sue gloriose costruzioni e affascinanti architetture.

Ed era quello, in definitiva, che parlava alle profondità della sua anima: il desiderio di appartenere a un popolo che tornasse a rivendicare la propria capacità di costruire cose di grande bellezza, forma e scopo. Che cercasse la perfezione. Che sapesse cosa significa sgobbare, plasmare, realizzare cose  che contenessero verità ed eccellenza e facessero rimanere a bocca aperta per la meraviglia chi le guardava.

Lavanya Sankaran, La fabbrica della speranza, Marcos y Marcos, 432 pagine

Nellie Airoldi

Cresciuta in campagna in mezzo ai libri e ai taccuini, ha imparato che nella vita si conosce una persona solo quando la si porta ad un aperitivo perché, diciamocelo, davanti ad un buon vinello nessuno può mentire, soprattutto se vicino c'è anche una fetta di polenta.

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