«Le belve», ovvero quel che si fa per amore

[ATTENZIONE: questo articolo contiene SPOILER]

«Cara è la fine» cantavano i Marlene Kuntz e negli anni mi sono fatta l'idea che se esiste un agente dinamico di cambiamento delle storie (tutte le storie) è proprio il finale. Non esisterebbero i ricordi se una particolare esperienza non si concludesse, ad esempio, ma è la maniera che conta e non il fatto. Pensate agli amori più importanti della nostra vita: sono quelli troncati non per nostra volontà o terminati con un milione di perché, quelli rimasti irrisolti e negli anni diventati tanto più preziosi; quelli su cui – probabilmente – torneremmo, e non solo con la memoria.

«Le belve», nello specifico, è un piccolo grande libro definito non dalla sua fine, dalla modalità della sua fine. E per spiegarvi il perché devo raccontarvi com'è andata per me.

Non sono particolarmente sensibile agli spoiler e dunque, arrivata a metà libro, ho domandato a mio marito: «Dimmi la verità, succede qualcosa a O?». Lui, pietoso, mi ha risposto con un: «Sei sicura di volerlo sapere? Non ti rovinerà tutto? Non lo lascerai a metà?». Il suo avere (infine) sputato il rospo non mi ha dato particolari problemi nel corso della lettura. Mi sono spinta fino in fondo con una foga identica a quella di chi sfoglia le pagine da "vergine" e ammetto di aver sperato, fino all'ultima riga, che mi avesse raccontato una balla per qualche ragione oscura.

Dunque, sono rimasta delusa due volte dal finale. La prima emotivamente, perché a Ben, Chon e O si finisce per volere un terribile bene; la seconda con la testa, per la banalità della fine, la cui forma è insieme imprevedibile e ottusa. È come se un buon film di Oliver Stone (scelta non casuale, certo) si chiudesse con un pastiche alla Baz Luhrmann. Come se l'elemento kitsch latente in tutto il libro esplodesse all'ultimo trasformando un funerale in uno spettacolo pirotecnico. Potete obiettare dicendo che è tutto parte del gioco, che i codici e i generi schizzano uno dopo l'altro in aria in una sorta di big bang, ma rimane il fatto che se «Le belve» fosse uno shot di tequila, sembrerebbe il capolavoro di un barista autolesionista che ha messo lo zucchero al posto del sale sul bordo, tanto per il gusto di giocarsi la mancia.

E torniamo alle storie d'amore irrisolte, cosa che questo libro innanzitutto è e quello che – a conti fatti – rimane. Una volta uno scrittore piuttosto famoso mi disse, in un'intervista, che non provava nostalgia dei suoi personaggi a patto che avessero esaurito il loro arco in maniera naturale; a patto, cioè, che fossero pronti ad andarsene in pace. Ed, ecco, forse Don Winslow questo privilegio ai protagonisti de «Le belve» l'ha negato con coscienza. Ha deciso per loro una fine paradossale in un'atmosfera fatale: gli ha tolto la parola per lasciarci e lasciarsi un retrogusto dolciastro e vagamente nauseante in bocca. Magari, mi viene da pensare, ha dato un taglio con la cesoia alla vicenda per poterci ritornare, per non farla realmente finita, dopotutto. Così è arrivato «I re del mondo»: una riesumazione – quella sì – romantica e ambigua. 

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