Lorenza Ghinelli I Almeno il cane è un tipo a posto

La mia preferita è Stefania. 

Parla come mi parlavo io alla sua età, ma all’epoca non sapevo ancora quanto il dialogo che si intrattiene con se stessi fosse importante. Quindici anni dopo mi sorprendo a ricordare la lucidità di pensiero e l’estrema onestà del rapporto che si coltiva interiormente da ragazzi e vorrei avere dei nastri con tutto quanto registrato. 

Succede poi che le macchie dietro gli occhi, che Vito – un altro dei personaggi – utilizza come discrimine per capire se una persona è di sostanza oppure no, si appesantiscono troppo, ci si attaccano scie di compromessi e cavolate e, nemmeno te ne accorgi, non sai più chi sei.

I nastri avrebbero aiutato. 

3437662-9788817084352Sto parlando, molto dal di dentro, dell’ultimo lavoro di Lorenza Ghinelli: Almeno il cane è un tipo a posto, uscito a fine novembre per Rizzoli. Si tratta di un romanzo corale, dove i capitoli sono nomi di personaggi e i personaggi sono principalmente adolescenti di provincia, che gravitano intorno a un condomino, perfetto, plasticissimo, contenitore di storie quotidiane.

È una quotidianità intensa però, vista dall’interno con la lente di ingrandimento e soprattutto con un’onestà rara, qualità che dice molto anche della scrittura dell’autrice. Senza belletti, pura, netta, stabile, tanto sincera con se stessa da camminare salda al livello zero della vita, abilità invidiabile in uno scrittore – ma anche in un essere umano a prescindere dalla professione – che riesce a rendere il racconto universale e a fare entrare l'autrice nella tradizione alta.

Corre velocissimo questo libro, si consuma come una sigaretta al vento, la sua storia si risolve in un climax, ma alla fine quanto ti rimane è una riflessione sul chi sei, che porti avanti a volume chiuso, magari indugiando ancora un po’ a trenta all’ora sulla corsia del tuo preferito.

Non che scegliere Stefania rispetto a Celeste, a Filippo o Massimo a Margò faccia la differenza: sono tutti personaggi portatori sani di atavicità, ovvero dell’interrogarsi spietato sul perché delle cose, del volere capire i meccanismi, senza cazzate da raccontarsi per offuscarli nel tentativo di soffrire di meno. È la filosofia del no bullshit americana che rende Ghinelli, secondo me, assai gradita agli estimatori di Stephen King (e a chi piace come Stephen King dice di scrivere, che non è l’unico modo bello e buono, ma questa è un’altra storia).

La mia preferenza comunque va a Stefania, tra i diretti la più diretta, un’alta velocità, un Italo Treno, che di fronte al culminare della violenza, serperggiante da pagina uno, se ne viene fuori con il nocciolo della questione, limpido:

Perché accadono certe cose? Non lo so se troverò una risposta. Ma la domanda più urgente adesso è un’altra: riusciremo a venirne fuori?

Radici, radici dissotterrate ovunque. No, non tutto è un equilibrio sopra la follia come ci vogliono fare credere per autorizzare il comodo scrollamento di spalle, i ragazzi lo sanno, lo intuiscono, si adoperano e con Lorenza Ghinelli lo raccontano.

Un’ultima nota: non ho potuto non avere costantemente in mente Il seggio vacante (Andrew e Ciccio in particolare), ma non me ne è venuta troppa nostalgia. Quello è un progetto di grandeur, che J.K. Rowling si è sentita in dovere di mantenere per confermare la sua statura globale di star della parola, qui invece c’è un distillato italiano, che dice l’essenziale ed è imperdibile per questo. 

Lorenza Ghinelli, Almeno il cane è un tipo a posto, Rizzoli, 2015

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.