L’ultimo viaggio del capitano Scott

Voglio iniziare questa recensione di Ultimo parallelo, romanzo di Filippo Tuena, partendo da una serie di coincidenze.

Dopo aver iniziato a leggere il libro ho dato un occhiata alla pila di libri da leggere, iniziati e con segnalibro inserito, altri dimenticati e altri ancora cominciati e mai finiti. Tra quella torre di Babele libresca erano finiti un paio di libri che avevo iniziato dopo quello di Tuena. Si trattava di Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson e Il grande viaggio in slitta di Knud Rasmussen.

covQuesto per dire cosa? Per dire semplicemente che il libro di Filippo Tuena non lascia indifferenti o almeno a me non ha lasciato. Smuove dentro, ribolle nei pensieri, ti insegue anche una volta posato. Devo essere sincero, la lettura è stata travagliata, ma non in un accezione negativa quanto in un faccia a faccia con il racconto fatto da Tuena della tragica spedizione di Robert Falcon Scott al Polo Sud, duro spietato dolente.

Il libro di Tuena soprattutto non può lasciare indifferenti, già a partire dal sottotitolo. La casa editrice ha deciso di apporre sotto il titolo principale la dicitura romanzo. Questa arbitraria classificazione secondo me stona parecchio con il contenuto del libro. È chiaro che Tuena abbia scritto un resoconto romanzato partendo dalle reali vicende del Pole Party. La narrazione stessa procede grazie ad un procedimento narrativo, inedito e spiazzante. Ma quello che mi ha trasmesso questo volume è stata sofferenza, rabbia trattenuta e frustrazione, spaesamento e paura abissale. Perché la penna di Tuena è una cinepresa che filma in presa diretta la disperata impresa di questi uomini e qui non c’è invenzione narrativa che tenga. In modo sapiente alle pagine sono intermezzate fotografie che ci danno anche un testamento visivo della spedizione e quella delle immagini potrebbe essere un’ulteriore lettura possibile. Tutto questo non può finire sotto la voce romanzo. È molto di più.

È anche il viaggio degli animali che accompagnano Scott e i suoi argonauti: pony, cani, muli e qualche raro uccello che sorvola il Polo.

Su tutto si staglia crudele e cieca la Natura che ha costruito nelle terre antartiche un esempio abbastanza calzante di come dovrebbe essere un inferno.

La scelta di Tuena è quella di raccontare una sconfitta, quella di Scott, sconfitto nella corsa al Polo dal norvegese Amundsen, la cui presenza non è mai palpabile, rimane sempre sullo sfondo ora minacciosa ora indifferente, a significare la poca importanza di una competizione mai in primo piano nel libro se non nel suo immaginario simbolico.

Ma non è la scoperta geografica ad interessare l’autore quanto piuttosto indagare la natura umana, porre in evidenza un limite del nostro animo, quello al di la del quale paura e coraggio svaniscono, farci capire un concetto spesso incompreso come la fratellanza, indagare sulla sostanza delle parole.

la miseria delle parole umane, l’inadeguatezza del racconto dei mortali.

Senza nulla togliere al romanzo propriamente detto, grazie al cielo che esistono i romanzi, il libro di Tuena va al di là di sterili classificazioni da scaffale, quello che ha scritto è un campionario delle umane tragedie umane che accompagnano questa roba strana chiamata vita.

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