Mariana Enriquez | Quando parlavamo con i morti

Partiamo subito con la confessione scabrosa: ho un'avversione completamente ingiustificata e insensata per la letteratura sud-americana. Son cose che vanno dette a un certo punto, per togliersi un peso, o per creare del vespaio, che tanto si sa che buona parte dei lettori forti sono mezzi fricchettoni, e figurati se i mezzi fricchettoni non hanno un debole per le storie mezze magiche o mezze new-age dei vari Jodorowsky e Coelho e compagnia. E tra parentesi scrivo per Finzioni non avendo mai letto Finzioni, perché Borges è argentino e rientra nella categoria di cui sopra. E ora che ho sparato anche questa siete liberi di chiudere la pagina con un gesto di stizza e raccapriccio.

enriquezCasomai invece foste ancora qui, potreste scoprire che sono sulla strada della redenzione, e Finzioni è sul mio scaffale, insieme a due Cortàzar e a breve ci sarà persino un Jodorowsky (quello che avevo devo averlo lanciato dalla finestra, non riesco proprio a ritrovarlo). Però ho pensato di partire con questa Mariana Enriquez, argentina, che sebbene sia evidentemente spagnofona aveva come appeal non di poco conto che il suo Quando parlavamo con i morti è una raccolta di tre racconti, molto brevi, e a tema fantastico/inquietante/horror. Elementi che per ragioni varie e personali mi hanno portato dritta dritta a volerlo leggere.

E per fortuna, direi anche. Perché delle turbe drammatiche e vagamente da telenovelas che mi aspettavo da una spagnofona non c'è neanche l'ombra (sì, lo so, probabilmente non ce ne sono nemmeno nella maggior parte degli scrittori sud-americani che non ho ancora letto, ma poi uno finisce per dar retta alle proprie, di turbe, e prima di scansarle ce ne vuole).

Insomma tre racconti uno più intrigante dell'altro. Niente di clamoroso, ma di una piacevolezza e scorrevolezza e sperimentazione di tutto rispetto.

Nel primo che dà il titolo alla raccolta, quattro ragazzine parlano con i morti con una di quelle tipiche tavolette ouija con bicchiere e tutto. E insomma è impossibile non ricordarsi di quando io e le mie amichette da piccole (ok, non proprio proprio piccole) tentavamo di scavallare le porte dell'aldilà con un semplice bicchiere di vetro e un sacco di concentrazione, e anche una spinta col ditino (adesso non fate gli ingenui, si sa che qualcuno quel bicchiere, o piastrina, o quello che vi pare, lo spingeva). E insomma sembra di essere dentro una storia di fantasmi alla Piccoli Brividi (presente? La collana dell'orrore per bambini con quei colori fluo in copertina?) se non fosse che qui salta fuori il tocco geniale (sì, l'ho detto) della Enriquez, che a un semplice gioco da bambini unisce la questione reale, troppo reale dei desaparecidos, e in un perfetto incastro riesce a far convergere la dimensione infantile e quella politica in un unico raccontino di 15 pagine.

Il secondo con la stessa abilità mette in scena le Donne Ardenti, donne che in un futuro non troppo lontano si buttano nel fuoco per avere delle cicatrici, per rubarlo agli uomini, quel potere di bruciarle, anticiparli, giocare all'attacco ma con se stesse, trasformandosi in torce umane. Per creare un mondo con diversi parametri di bellezza. E forse per essere libere. Un modo assai ingegnoso per parlare di femminicidio e violenza sulle donne e società dell'immagine. Inquietante qui è dire poco.

Il terzo, per chi di voi abbia visto la serie tv Les revenants suonerà completamente familiare, al limite del plagio, se non fosse che il sovrannaturale si aggancia perfettamente al fenomeno degli adolescenti che scappano da famiglie violente, che finiscono in giri di droga e prostituzione. Che muoiono, e poi ritornano.

E insomma, tra tutto mi sono convinta a dare una chance a questi spagnofoni. Però prima devo dedicare luglio alla letteratura russa, che col caldo, c'è bisogno di roba fresca (!).

Mariana Enriquez, Quando parlavamo con i morti, Caravan Edizioni, 2014

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