Mario Capello | L’appartamento

Quando io, esponente come molti di una generazione di migranti, di studenti universitari fuori sede e di lavoratori ancora più decentrati, ho cominciato a leggere L'appartamento di Mario Capello, ho subito pensato di avere tra le mani un nostos moderno. Un ritorno. A cosa? Alle origini, ma nel senso meno romantico del termine. Il complicato percorso a ritroso dalla metropoli al paesino di provincia, dallo smog agli alberi, dalla casa che si divideva prima con altri studenti, poi con il/la compagno/a alla casetta del borgo natio, dalla vita di coppia a quella da single, da un lavoro che era una vocazione a una professione remunerativa. 
Ecco: immaginate tutti questi spauracchi concentrati in poche pagine, in un romanzo che sembra presentarsi come la storia di un fallimento ma si spinge oltre le conclusioni del primo impatto. 

lappartamento_mario-capello_tunuc3a9_coverPerché tante sono le sorprese che Angelo, io narrante, ex traduttore e redattore freelance nonché ex padre di famiglia con una separazione alle spalle e un rapporto con il figlio difficile da gestire, riserva. In primo luogo nella sua scelta di improvvisarsi agente immobiliare, un mestiere all’apparenza lontanissimo da quello svolto in precedenza – dall’ “unica cosa che sapeva fare” – ma che tradisce in realtà la stessa propensione a indagare l’intimo delle cose, delle persone e delle loro storie, siano esse di carta o concrete, come quelle che si trascinano dietro i suoi clienti. 
Ho imparato a volergli bene per la sagacia spietata con cui dipinge le velleità del mondo al quale dice di non appartenere più – «Si pensa che il demi-monde letterario sia meschino. Fu una delusione, scoprire che fosse anche sfigato» -, mi sono affezionata di più intuendo le ragioni alla base della scelta di abbandonare Torino per la provincia in cui la moglie ha deciso di tornare a vivere insieme al figlio, osservando i  tentativi goffi di riavvicinarsi a qualcosa che non esiste più.

In quello che sembra profilarsi come il ritratto della parabola discendente di un uomo che ha perso il controllo della propria vita si innesta tuttavia un filone parallelo legato a un incontro casuale dalle insospettabili conseguenze.
Proprio come il lavoro editoriale porta a imbattersi in insolite figure, allo stesso modo quello nel mercato immobiliare può generare bizzarre conoscenze. E così arriva Ferrero, un uomo avanti negli anni che vuole acquistare una casa al figlio come regalo di nozze  e che si trasforma in una presenza costante, un ibrido tra un amico e un discreto conoscente che cela un passato misterioso.

Nel buon vecchio Ferrero finiscono per intrecciarsi non soltanto le due vite di Angelo, il pre e il post presa di coscienza, ma anche la Storia con la S maiuscola e la realtà quotidiana che ne sembra tanto lontana.
In questo sta la forza dell’Appartamento di Mario Capello: nell’oscillare tra dimensioni apparentemente destinate a non incrociarsi mai lasciando che si sfiorino nell’anonimato di una vita qualsiasi che ha perso le proprie fila. Nel disegnare una mappa emotiva grande appena qualche isolato su cui il passato, ormai lasciato alle spalle ma solo per autoconvinzione, getta l’ombra del “si stava meglio quando si stava peggio”. Nel trasformare il semplice incontro tra due individui, ciascuno con i propri drammi diversi e umani, in una riflessione sul tempo che passa, sul segreto che corrode, sul rapporto padri-figli e sulle pieghe inaspettate della vita. E, soprattutto, in un espediente diverso per raccontare la storia.

Questo Appartamento è piccolo e intimo, un po’ trascurato e dal mobilio consunto, come tutti gli spazi davvero vissuti. Vale la pena di farci un salto, per esplorare curiosi un po’ di umanità e scoprirne, rimossa la polvere, gli angoli più nascosti. 

Mario Capello, L'Appartamento, 2015, Tunué, 95 pp., 9,90 euro

 

Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.