Massimiliano Governi | Come vivevano i felici

Quando ho  deciso di leggere Come vivevano i felici avevo appena visto l'ultimo film di Woody Allen, Blue Jasmine. Raccontava la storia di Jasmine, che era stata a lungo sposata ad un finanziere disonesto e senza scrupoli. Guardando il film non capivo se dovevo disprezzare Jasmine o piuttosto provare compassione per lei e per la sua incapacità di affrontare la vita, quella vera, fatta di viaggi in seconda classe, scarpe dei grandi magazzini, orecchini senza brillanti e onestà. È solo alla fine che diventa chiaro che non ci sono appigli per la compassione.

Come vivevano i felici racconta la storia di un altro finanziere disonesto e senza scrupoli – il romanzo è liberamente ispirato alle vicende di Bernard Madoff, rinchiuso in prigione con una condanna a 150 anni per avere organizzato una delle più grandi frodi finanziarie di tutti i tempi. "Liberamente ispirato", recita il comunicato stampa, ma, scorrendo gli archivi su internet, si scopre che la quantità di dettagli concernenti Madoff che si ritrovano nel romanzo è stupefacente. Del resto, lo stile asciutto in cui la storia è narrata non lascia molto spazio all'invenzione e alle divagazioni e la maggiore libertà che Governi si prende è quella di traslocare gli eventi dagli Stati Uniti all'Italia.

Le vicende sono raccontate dal figlio maggiore del finanziere senza scrupoli. Attraverso la sua voce e i suoi ricordi entriamo in contatto con un mondo in cui i soldi non sono un problema. O meglio: un mondo in cui i soldi non sono un problema in maniera sconfinatamente immorale. L'immoralità contagia i bambini, le giovani fidanzate, sporca pure la gita al canile per scegliere il cane. Quando tutti questi soldi – e tutta quella cocaina, e tutte quelle bugie – cominciano a sembrare troppi, così troppi che al lettore verrebbe da collocarli in un altrove, un posto lontano che non lo tocca, ecco che arriva il capitolo con il giro al supermercato, il rimando al vassoio dell'Upim o la citazione di Jeeg Robot d'acciaio e tutto torna improvvisamente vicino e reale.

Dicevo che per tutta la durata del film di Woody Allen ero stata indecisa su cosa provare. Come vivano i felici non lascia spazio al dubbio. Non c'è un capitolo che non contenga qualcosa di fastidioso, repellente o semplicemente di sbagliato. La stessa struttura frammentata della narrazione, che costringe il lettore a fermarsi e ricostruire l'ordine degli eventi più o meno all'inizio di ogni capitolo, è ostile. L'io narrante non cerca motivazioni, scuse, non ha mai dubbi. Il linguaggio che usa è sgradevole, persino i ricordi d'infanzia sono sgradevoli.

Come vivevano i felici è una storia che doveva essere raccontata. Dopo avere usato tutti quegli aggettivi per parlarne (li ricapitolo, per comodità: ostile, fastidioso, repellente, immorale, disonesto, sgradevole), so però anche perché vale la pena leggerla. Prima di tutto, proprio perché la storia doveva essere raccontata, è come se fosse animata da una sua forza intrinseca, come se ci fosse un motivo che deve solo trovare una forma per spiegarsi. In secondo luogo, la risposta è proprio nella forma che viene data alla storia. Delle pagine e pagine di eventi sgradevoli o fastidiosi, quello che rimane alla fine del libro è solo un senso di grande armonia, quell'armonia che Governi è riuscito a creare tra la forma, i contenuti e la realtà di un mondo in frantumi.

Massimiliano Governi, Come vivevano i felici, Giunti, 2013.

Cecilia Lazzaroni

Mi sono buttata sui libri quando ho capito che tanto, in matematica, non avevo speranze. Mi piacciono i tulipani, i gatti, la birra, la corsa, i capelli rossi, i film d'amore, la Scozia, il verde, il football americano, i viaggi in bicicletta e trovare delle lettere tra la posta.

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