Miki Bencnaan | Il grande circo delle idee

Nemmeno una strada può resistere senza compassione. Perfino una strada va in pezzi. 

Avete presente la sensazione di smarrimento di cui tutti parlano quando si finisce un libro e all'improvviso ci si rende conto che i suoi personaggi smetteranno di farci compagnia? Certo che ce l'avete presente, che domande. Ecco, io l'ultima volta che ho avuto la (s)fortuna di provarla è stato quando ho concluso Il grande circo delle idee, bel romanzo della scrittrice israeliana Miki Bencnaan pubblicato in Italia dalla casa editrice La Giuntina nella brillante traduzione di Anna Linda Callow. Cercate di capirmi: questo volumozzo (400 e fischia pagine, mica pizza e fichi) mi ha perfino accompagnato dall'altra parte del mondo, tra jet lag e pasti aerei che avrebbero steso chiunque, quindi tra di noi si era creato un rapporto davvero speciale. 

il-grande-circo-delle-idee-coverLa trama non è semplicissima da riassumere, anche perché la struttura del libro è piuttosto labirintica. Comunque la storia inizia con il ritrovamento, in una casa di riposo di Gerusalemmme, dei cadaveri di due anziane signore. La cosa strana, però, non è la causa della morte (fuga di gas, niente indagine, sorry), ma il fatto che i corpi siano vestiti uno da elefante e l'altro da bambina. Cosa sarà mai successo? Da questa introduzione (che poi è anche l'epilogo della vicenda) parte la ricostruzione delle vite avventurose di Futerko, Pesca, Emanuel e Leon, i quattro protagonisti del libro. E fin qui tutto bene, davvero, se non fosse che a un certo punto le cose iniziano a complicarsi e tutto a un tratto mi sono ritrovata catapultata nell'orrore assoluto dell'olocausto. Questo mi ha preso piuttosto alla sprovvista, ma per fortuna il tono della narrazione non è mai diventato troppo tetro e alla fine, per assurdo, mi sono ritrovata a sorridere proprio nei punti più tragici della storia. Per esempio, c'è un punto in cui dei corvi parlanti – che hanno subito illuminato nella mia testolina la scritta lampeggiante al neon "realismo magico", ma questa è davvero un'altra storia – si litigano un appetitoso bocconcino («"È arrivata una roba con la pelliccia," gridò al resto del gruppo "e me la mangio io!"») che altro non è che una bambina appena entrata nel campo di concentramento da essi presidiato. Per dire. Oppure, giusto qualche riga più in là, mi sono trovata davanti a questa battuta davvero spiazzante: 

135713 […] Si segnò il numero su un foglietto e si emozionò per la fortuna di quell'ebreo che aveva ottenuto in sorte una così bella serie di numeri primi tatuata sul braccio sinistro.

Insomma, questo libro affronta il tema forse più difficile di tutti in un modo davvero unico e questo mi ha colpito molto; ma ci sono stati anche altri aspetti di Il grande circo delle idee che mi sono piaciuti:

  • La casa di riposo "Yadlitza Norbert". Il fatto che buona parte del libro sia ambientata in un ospizio potrebbe mettere a prima vista un po' di tristezza; a me, invece, questo ricovero mi è sembrato un luogo fantastico, dove gli inquilini possono riscoprire passioni dimenticate (o abbandonate per cause di forza maggiore) e fare pace, finalmente, con i fantasmi del proprio passato. Mi è sembrato un gran bel posto, davvero.  
  • I personaggi. Come ho già detto, la nostra è stata una storia lunga e felice e intercontinentale. E nonostante le loro storie strampalate, le debolezze e la difficoltà ad affrontare il passato mi hanno fatto un po' immedesimare in loro. Poi, insomma, come potevo non affezionarmi a una signora a suo agio solo con un consunto costume da elefante o a uno scienziato che ha dedicato la propria vita alla creazione di un ciliegio a forma di trono? Suvvia, era impossibile.
  • Le frasi memorabili. Sono un po' la mia fissazione, e devo dire che finita la lettura il libro era pieno di sottolineature (rigorosamente coordinate ai colori della copertina, lo so, lasciatemi sola con la mia follia). Aggiungo alle precedenti un'ultima citazione che mi è piaciuta molto e che secondo me riassume bene il tono di tutto il libro:

Come quegli infelici massacrati durante la rapina, nemmeno Schlick era ebreo, ma si occupava di etica. Il suo uccisore aveva dimostrato di essere incapace, sul piano logico, di distinguere tra le due cose. L'evento aveva accelerato la presa di coscienza di Albert sulla piena vittoria dell'ignoranza. 

In conclusione, la lunghezza e la struttura un po' complessa di Il grande circo delle idee non devono spaventare: garantisco che a un certo punto tutti i tasselli vanno a posto e che una volta chiuso il libro dire addio ai suoi personaggi e alle loro avventure non è per niente facile (almeno, per me non lo è stato). 

Miki Bencnaan, Il grande circo delle ideetrad. Anna Linda Callow, La Giuntina, 2014.

Alessandra Ribolini

Traduttrice e teacher, ma soprattutto wannabe finta bionda senza averne l'aria

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