Tao Lin | Taipei

"Se sei un amante della letteratura e non conosci Tao Lin, probabilmente hai più di trent'anni". Così ho sentito parlare di questo scrittore statunitense di origini asiatiche e sembra piuttosto vero, Tao Lin è uno scrittore giovane per giovani. Ma la sua caratteristica principale sembra essere un’altra: essere talmente irritante da non suscitare mai indifferenza nei lettori. E così più viene odiato, più diventa famoso, con la conclusione che la stampa ha scritto su di lui più di quanto lui stesso abbia prodotto. Insomma, per essere – come molti sostengono – un hipster qualunque di Williamsburg senza niente da dire, attenzione e polemiche non sono mancate.

Su Finzioni abbiamo già parlato di Richard Yeats, il suo unico libro tradotto in italiano; Taipei è il suo settimo libro, uscito per Vintage lo scorso giugno, e le polemiche continuano. L’autore in un’intervista dichiara di averlo scritto unicamente per soldi (e di soldi ne ha fatti) e senza la minima ispirazione.

taipeiLeggendo il libro queste affermazioni danno un po’ da pensare: il protagonista è lo scrittore di orgini asiatiche Paul la cui vita è quasi esclusivamente costituita da un’alternanza di azioni quali 1. assumere droghe chimiche, 2. presentare il nuovo libro, 3. andare a opening di gallerie e feste varie. Ma non immaginatevi dei party americani divertentissimi, si tratta di eventi impossibili da affrontare per Paul se non sotto effetto di droghe, passati principalmente a dormire su divani di sconosciuti senza socializzare con nessuno.  

Ben presto si arriva ad un grado zero in cui l’unico collante tra gli eventi è proprio la costante presenza di droghe: un'escalation di stupefacenti, cibo, dormire di giorno, vagare di notte, perdersi in pensieri sul passato e sulle sensazioni che le storie passate lasciano e di nuovo drogarsi, mangiare, dormire, ogni tanto guardare video su YouTube, portare il MacBook ad aggiustare, mettere su qualche disco. Realismo portato all’estremo o assenza di argomenti di cui parlare? Difficile da dire.

Se un over 50 qualunque leggesse questo romanzo, dubito che riuscirebbe ad andare oltre il primo capitolo: tra i nomi di droghe, gruppi e locali di Williamsburg ci si perde ben presto e l’assenza di riferimenti comuni si sa, fa scemare l’interesse. Io tra citazioni di gruppi (Fuck Buttons, Knife, Don Caballero) e film (Drugstore Cowboys su tutti) non mi sono trovata affatto male, il libro l’ho letto in tre giorni e questo forse (forse!) fa di me una persona orribile.

Bret Easton Ellis – la cui assenza non può certo essere permessa in ogni polemica che si rispetti – ha detto che con Taipei, Tao Lin è diventato "il più interessante romanziere della sua generazione, ma ciò non significa che Taipei non sia un libro noioso". Ma a mio parere ancora più veriterio è stato detto: "Per alcuni, Tao Lin è il modello del giovane hipster americano: figo, sveglio, ironico. Anche per altri è il modello del giovane hipster americano: egocentrico, stupido, immaturo. A voi la scelta". E così, ai lettori l’ardua sentenza.

Taipei, Taolin, Vintage 2013, pp. 256.

Elena Biagi

Elena Biagi dopo aver cambiato quattro volte colore di capelli, undici case e cinque città, adesso è biondiccia e vive a Milano, dove lavora in una casa editrice.

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