Thomas Rhys | The Suicide Club

Comincia "Muffin", la rubrica che spulcia per voi le librerie inglesi alla ricerca dei libri più belli non ancora tradotti in italiano.

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The Suicide Club è un libro che gela il sangue. I personaggi vacillano smarriti nella loro età dell’odio. Un gruppo di ragazzini firma un tetro patto e giurano di suicidarsi e, a pensarci bene, non c’è nulla di cui sorprendersi. La voce instabile e traballante di Richard, protagonista quindicenne del romanzo, riporta all’adolescenza. Se chiedo a Rhys (l’autore) se l’esperienza dei ragazzi del suicide club possa essere generalizzata, è perché il binomio adolescenza-suicidio è un argomento che so ricorrente, soprattutto se circondato da un pallido background conservatore e borghese.

L’adolescenza sembra breve ma è infinita. Oltre di essa si intravede solo la fatica: mille anni di scuola, mille anni di lavoro e poi, ineluttabilmente, la vecchiaia. In mezzo? L’avvilimento, il torpore la mediocrità. Perché in una scuola bene inglese dei ragazzi decidono di firmare un patto con la morte? Perché sopraffatti dall’intuizione che la giovinezza prima o poi striscerà via. Chi non lo capisce è mediocre. Essere mediocri non è permesso agli adolescenti.

La trama del romanzo non concede tregua. È un climax, una scalata verso il drama, la tragedia, il coraggio suicida.

Lo stile di Rhys poi è quello di un ragazzino, una lunga confusa confessione. Un po’ si atteggia da persona (ora) diversa, un po’ si percepisce una lontana libidine. Lo smarrimento crea dipendenza, è un antidoto alla noia. Ma più che annoiati i ragazzi del suicide club si considerano troppo intelligenti e troppo sinceri, ricercano nell’isolamento dal branco la loro autenticità, la loro affermazione personale. Rilegano alla promessa di suicidio la vana speranza di poter controllare la propria esistenza.

Per due motivi balza alla mente Raskolnikov (di Delitto e castigo): il primo, l’illusione dei ragazzi del suicide club di essere giustificati a sacrificare qualcuno nel nome di qualcosa di migliore.

L’altro, la disarmante considerazione che, anche in The Suicide Club,  la mano dell’assassino e quella del protagonista sono la stessa. Il male e il bene si sposano in un incontrollata eruzione di pulsioni contrastanti.

Penso anche alla vertigine di Kundera, all’«ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere».

Ne hanno parlato tutti, e non per caso: l’autenticità della letteratura, la sua semplicità.

Thomas Rhys è uno scrittore umile, disponibile, racconta, non ha pretese. Cosa c’è in questo libro che scuote? È questa agitazione, questa inquietudine è una costante X sepolta nel cuore dell’umanità.

The Suicide Club l’ho trovato per caso sulle mensole della Random House, ho letto le quarta e ho pensato, ecco un autore sincero, mi parlerà di un tragedia vera. Con una trama così, ambisce ad argomenti che trascendono l’attualità, brama al raggiungimento di quella costante X.

Se siete stati ragazzi sapete bene che non c’è dramma più inquietante di vivere la propria adolescenza, questo è banalmente quello che Rhys racconta.

The Suicide Club, Thomas Rhys, Doubleday, 6€

Emma Piazza

Vivo a Londra, lavoro in editoria, studio portoghese brasiliano e non vedo mai il sole. Però ingrasso.

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