Niccolò Ammaniti | Anna

Prima di iniziare un libro cerco di informarmi il meno possibile: il più delle volte non leggo neanche la quarta di copertina perchè preferisco non sapere cosa troverò fra le pagine, limitando al massimo pregiudizi e aspettative. Questo per dire che quando ho cominciato a leggere Anna, e c'era questa ragazzina che correva in autostrada inseguita da un pastore maremmano, mi son detta che c'era qualcosa di ben strano nel nuovo romanzo di Ammaniti: come mai questa bambina può correre su un'autostrada deserta senza essere investita, dove sono le macchine? Poi inizia la lotta all'ultimo sangue col cane, c'è violenza in abbondanza, c'è un cadavere putrefatto in una macchina, c'è la storia di questo cane che è stato maltrattato… che ama i cani e non la violenza mi potrà capire, l'istinto è stato quello di riporre il libro sullo scaffale (quello della libreria del Kobo) e non pensarci più.

Poi però non riuscivo a smettere di pensare a quella ragazzina che viveva in un mondo in cui un morbo aveva ucciso tutti gli adulti, e ho iniziato a preoccuparmi per lei, e a chiedermi cosa le sarebbe successo: mi era come entrata dentro e quindi ho dovuto per forza continuare a leggere la sua storia. Certo, ho dovuto tapparmi metaforicamente il naso, perché Ammaniti ha rivelato questo gusto un po' perverso per il sague e i cadaveri in via di putrefazione, tanto che in certi punti sembra di vedere una puntata di Game of Thrones senza la componente sesso. Talvolta invece sembra di essere in un videogioco con scenario apocalittico, seguendo questa quattodicenne che mette al tappeto il pastore maremmano, percorre chilometri di autostrada a piedi, rischia la vita per salvare il fratellino che è stato rapito dai bambini blu, attraversa in pedalò lo Stretto di Messina; il tutto sfidando la fame, il freddo, gli animali.

Anna è una tosta, ecco; ma anche tenerissima, perché quando ripensa alla sua mamma che è morta come tutti gli altri adulti, e si ricorda della felicità del passato, allora fa piangere. Non ho potuto fare a meno di affezionarmi a questa bambina/quasi adulta, coraggiosa e fragile allo stesso tempo, come del resto le donne sanno essere; nella assoluta miseria delle molte disgrazie che le accadono non perde mai la tempra, e neanche la speranza, perché per lei la vita è più forte di tutto, anche quando la morte è così vicina che lo scheletro di tua madre si trova nella stanza accanto (ma niente paura, Ammaniti non si sofferma a molto sui toni inneggianti alla bellezza della vita, preferisce di gran lunga le morti violente e gli scenari apocalittici). In compenso Anna perde spesso la pazienza, il che probabilmente significa che ha un po’ un caratteraccio, ma personalmente proprio per questo l’ho adorata.

Non posso dire lo stesso per l'autore, la cui voce spesso è di troppo: ad esempio, quando interviene a descrivere fin nei dettagli più minuti la puzza di un cadavere o il sangue che sgorga da una ferita; la sua presenza è ingombrante nelle descrizioni minuziose di scene che, va ammesso, hanno un certo fascino, con suggestioni primordiali e talvolta seicentesche che si mischiano a elementi contemporanei: anche se non amo il barocco (che è un po' la cifra stilistica di queste descrizioni apocalittiche) ho apprezzato l'inventiva del raduno simil rave-party dei ragazzini che sperano di salvarsi mangiando le ceneri della misteriosa Picciridduna, e ho trovato originale il macello di una mandria di mucche nella carcassa di un centro commerciale con grigliata annessa. Però se a fare da contraltare all'atmosfera mortifera e alla distopia galoppante non ci fossero l’energia vitale libera ed elettrica di Anna e di Astor non ne varrebbe proprio la pena.

Niccolò Ammaniti, Anna, Einaudi, 2015. 

 

 

 

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