Paola Soriga – Dove finisce Roma (pensieri a quattro mani)

Salve a tutti e benvenuti a "Grandangolo letterario: un esperimento a quattro mani". Le cose sono andate così. Paola Soriga ha appena pubblicato con Einaudi Stile Libero il suo primo romanzo, Dove finisce Roma. A me il libro è piacuto un sacco e di getto ho scritto la recensione qui sotto. Poi, grazie al nostro amico bot, mi sono scambiato qualche mail con Paola e insieme abbiamo deciso di provare un'intervista un po' fuori dal comune, a quattro mani, scritta nello stesso stile del libro. Secondo noi è venuta bene.

Un grandangolo letterario

L’anacoluto, per gli amici che non hanno fatto il liceo classico o corsi universitari da professoroni, è quella figura retorica in cui il parlante – o scrivente – non rispetta volontariamente la coesione sintattica della frase. Negli ultimi tempi sembra andare un casino scrivere per anacoluti: da Paolo Nori a Zio Bonino, dagli amici di Barabba al nostro simone rossi. Lungi da noi, anche per affetto, prendere posizione sulla bontà o meno di questa corrente, certo è che quando ho preso in mano il libro di Paola Soriga ho pensato ecco vedi, scrivere per anacoluti va un casino quest’anno.

E invece no. E invece Dove finisce Roma non è un libro (e dunque, in quanto non tale, non è scritto), è un grandangolo. Il grandangolo, per gli amici che non hanno fatto il liceo artistico o corsi universitari da hipster, è un obiettivo fotografico o cinematografico usato soprattutto per riprendere grandi soggetti come panorami, edifici, eccetera. Paola Soriga, sulle orme dell’Aleph, assume un punto di vista irreale e fa una foto a Roma, a tutta Roma, comprese le grotte, gli interni delle case, i giorni e i mesi passati e quelli presenti fino al giugno del 1944. C’è la guerra, e Ida, giovane staffetta partigiana, si nasconde in una grotta alla Casilina per paura di essere cercata, e trovata, dai fascisti. Da lì, ripensa alla sua storia iniziata in Sardegna e a quella di tutti i suoi cari, amici, parenti e amori.

Non parliamo approfonditamente della trama perché non vogliamo rovinare la lettura a nessuno, piuttosto bisogna spiegare questa cosa del grandangolo. La scrittura di Paola Soriga fissa un’immagine enorme di quegli ultimi mesi prima della liberazione, e durante tutto il libro accompagna il lettore dappertutto: gli indica le case e le chiese allo stesso modo delle paure e delle piccole gioie degli abitanti, allo stesso modo dei dialoghi sussurrati e delle urla minacciose. La foto è troppo grande per essere compresa in una sola occhiata, e dunque il lettore deve percorrerla ed esplorarla lungo le 140 pagine del libro.

Ma le foto, per essere sviluppate, hanno bisogno di un bagno chimico. Bene, continuando con questa ardimentosa metafora, invece di una vaschetta Paola Soriga usa un calderone, in cui mette tutto dentro, tutto insieme, e mescola. E visto che il cucchiaio non può essere altro che la penna, la scrittura diventa collante e la forma diventa storia. I pensieri sono dialoghi, che diventano azioni e ricordi, e personaggi, drammi e patate da mangiare a cena, preti buoni e fascisti cattivi, un bambino che ci ha provato e quella sfortunaccia nera, un passato su un’isola lontana per quanto vicina e un futuro vicino, ma che sembra lontano, in cui bisogna ricostruire tutto e non si sa proprio come fare.

La scrittura non ha argini interpuntivi, sintattici o di impaginazione: dialoghi, pronomi e turni di parola sono tutti innestati dentro al discorso, e il discorso diventa la storia, la storia il libro e il libro i pensieri di una ragazza, al buio, in una caverna, che senza colori attorno deve per forza immaginarseli tutti nella testa.

La prima cosa che fa, Jacopo, che pensa che Dove finisce Roma sia un grandangolo, è chiedermi un’intervista scritta allo stesso modo del libro, dunque viene fuori una meta intervista, cioè parliamo della scrittura attraverso la scrittura. La prima cosa che mi chiede è se ho mai scritto in un modo, diciamo, normale e io prima d’ora ho scritto soprattutto poesie, anche questo romanzo nasce da una poesia. Ho scritto qualche racconto, per un’antologia e per delle serate di letture che organizziamo con degli amici qui a Roma, e mi sembra che andassero anche loro in questa direzione. In questo romanzo non è solo la sintassi, ad avere degli anacoluti, mi sembra, è anche la narrazione, i salti temporali. Mi sembrava che sennò mi annoiavo, a scrivere, diciamo, normale, come spesso mi annoio anche a leggere. Prima hai citato Paolo Nori, che per me è uno dei maggiori scrittori italiani, non è che la mia scrittura gli assomiglia, però ci sono delle “lezioni” che credo di aver imparato dai suoi libri. Poi se scriverò così anche dopo non lo so, qui c’è anche la voce della protagonista, che è una ragazzina, non credo che questo sia ripetibile.

Dopo Jacopo cita Wittgenstein che i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Si chiede, mi chiede, se raccontare la guerra e Roma in questo modo significa manipolarla e renderla di fatto differente rispetto a una cronaca storiografica. Ogni racconto è una manipolazione, anche quello storiografico. Le memorie, i ricordi, le lettere, sono complementari, ti portano dentro le case, nei luoghi di lavoro, nelle vite delle persone, le vite delle persone che sono tutte un intreccio, un garbuglio, tra le storie di ognuno e la storia di tutti, rispondo.

A questo punto ci sono delle domande complicate, ma devo rispondere, sono giorni che apro questo file e non lo chiudo, ora rispondo. La prima domanda complicata è questa qua: È banale, lo so, ma è quello che mi ha fatto venire in mente la cosa del grandangolo: questa è una storia che tu racconti da lontano, vista l’età. Non sai cos’è successo, non lo puoi sapere se non da racconti di altre persone, che ovviamente raccontano la loro visione, con le proprie parole. In questa girandola di metaracconti, l’idea della foto mi sembra rilevante: immagino che leggendo fonti, ascoltando reduci e annusando l’aria tu ti sia fatta una sorta di mappa, un puzzle che comprende tutti questi stimoli esterni. L’hai fotografato (tramite la tua visione della scrittura, della narratività e, in fondo, della letteratura) e porti il lettore a ripercorrere questo percorso, ovviamente a partire dal tuo punto di vista. Prescindendo per un attimo dalla rilevanza storica e sociale oggettiva e dall’importanza della perpetuazione della memoria nazionale su questi avvenimenti, pensi che questo sia un buon modo per raccontare il passato? Di più: pensi che sia il modo migliore? A me a questa domanda complicata viene da rispondere che non lo so se poi ci sono altri modi, per raccontare il passato, che o l’hai vissuto o l’hai sentito raccontare, l’hai letto, hai guardato delle foto, dei film.

La seconda domanda complicata è questa qua: Per noi di Finzioni la letteratura è una questione tra una comunità di lettori e i libri, con l’autore che, primo lettore del suo libro, in un certo senso lo “dona” all’enciclopedia mondiale facendosi da parte e dicendo implicitamente: prendetelo e fateci un po’ quello che volete. In “Dove finisce Roma” le marche autoriali sono molto evidenti: secondo me, in maniera forse anti intuitiva, questo aiuta il lettore a crearsi un simulacro dello scrittore e a identificarlo con il libro, piuttosto che con un essere umano in carne ed ossa. Che ne pensi? Ne penso che non so se la domanda è complicata o sono io che non la capisco bene, ne penso che non so, io penso sempre che la cosa migliore sarebbe pensare al libro, e non allo scrittore, alla scrittrice.

L’ultima domanda che mi fa Jacopo è, secondo me, sulla forma e la sostanza, e mi sembra sia quella che dà il filo a questa intervista, che però non è venuta proprio come immaginava Jacopo, secondo me, e chi la legge non lo capisce, da questa intervista, com’è scritto il libro. Mi chiede: È possibile secondo te dire che in un libro si può leggere la storia ma si può leggere anche la scrittura? E queste differenti letture possono autoescludersi l’una con l’altra o cannibalizzarsi? Chi decide di dare una marca stilistica molto forte ai suoi scritti, non rischia di attirare troppo l’attenzione sulla scrittura e, di conseguenza, distoglierla dagli eventi narrati? Io quello che vorrei, soprattutto, è che le due cose si fondano, o si cannibalizzino, se si preferisce, e che l’attenzione del lettore sia sull’una e sull’altra assieme. Il lettore, in questo caso, se pensa di aver capito com’è scritto Dove finisce Roma da questa intervista, secondo me si sbaglia, che questa intervista mi è venuta con un po’ di norite. 

Paola Soriga e Jacopo Cirillo

Photo credit: Simona Pampallona

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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