Paolo Nori | La banda del formaggio

Io, una cosa che ho notato dei libri di Paolo Nori, è che alla fine, non lo so, per un po’, dopo che hai finito un suo libro, ti viene da parlare come fa lui. Ma mica perché è facile, anzi, facile non è facile per niente, che non è mica facile scrivere o parlare nel modo che è di qualcun altro, ti viene sempre da parlare nel tuo, di modo, che è anche giusto, ognuno ha il suo modo, però quel modo lì, che ha Paolo Nori di parlare e di scrivere, quel modo lì ti rimane appiccicato nella testa.

Che poi, io, la prima volta che ho sentito nominare Paolo Nori me la ricordo bene, che non è mica facile neanche ricordarsi la prima volta che senti nominare un autore che ti piace, l’aveva nominato il mio professore di letteratura, P.B, che è di Parma e infatti insegna all’università di Parma ed è uguale uguale a Otello di Un posto al sole, un giorno glielo volevo anche dire, fuori dal dipartimento, «ma lo sa che Lei assomiglia tantissimo a Otello di Un posto al sole?» solo che poi non gliel’ho mica più detto, che ci assomigliava, che mi sembrava una cosa troppo poco letteraria. E insomma poi una volta aveva citato Paolo Nori, «Leggete Paolo Nori che è di Parma ed è anche giovane», aveva detto, e io, per me, non lo so, anche quella volta lì non gli ho mica detto niente, però l’ho pensato, sono sicura, che l’ho pensato, «mi dai da studiare tutte le opere di tutti gli autori da Verga a Pasolini, e secondo te mi metto a leggere questo Paolo Nori, che è di Parma ed è pure giovane? Ma secondo te c’ho del tempo da perdere?»

Mi verrebbe da ricominciare.

bandaformaggioLa banda del formaggio (Marcos y Marcos) è un libro della madonna. Non uso la parola romanzo perché non lo so, se sia un romanzo. Io credo lo sia, in un modo tutto suo, molto intimo, come può esserlo un romanzo di Paolo Nori.

Nori è come Parma; è una cadenza, una cantilena, un ritmo, e sono così intimamente sue, queste cose, da renderlo riconoscibile in mezzo a mille. Nori è il tuo vicino di casa, una persona normale che fa cose normali, gira in bicicletta e va a correre, commenta i cartelli che incontra, le cose che sente per radio, con quell’apparente leggerezza che rende leggero anche il cuore (se un cuore può essere leggero). E te le racconta, quelle cose in apparenza leggere, perché il raccontare è il naturale proseguimento del suo modo di essere, e questa è una cosa rara e preziosa.

La banda del formaggio parla di un editore che si chiama Ermanno Baistrocchi e che ha una casa editrice che si chiama edizioni Barbarini, perché il babbo di Ermanno Baistrocchi, che aveva fondato la casa editrice Barbarini, pensava che il nome Baistrocchi non fosse adatto per niente per una casa editrice, e invece Barbarini suonava meglio, che a ben pensarci ha un senso.

Ermanno ha una figlia, Daguntaj, un genero che chiama l’elettricista per cambiare le lampadine, e che Ermanno chiama L’illuminista, un’affettatrice rossa a cui è molto legato e un amico con degli intrallazzi strani, Paride, che è stato per tanti anni anche il suo socio, e che un giorno si ammazza, in via Stalingrado. E quindici anni prima, Paride, aveva comprato delle librerie di Ermanno ed era così che era entrato in società, e da quel momento erano diventati anche un po’ amici, come sanno essere amici gli uomini, in quella forma discreta che ai miei occhi appare sempre bellissima, paragonata all’irruenza della condivisione femminile. Solo che poi salta fuori che forse Paride, detto Zioboja, i soldi per la società li avesse trovati in un giro strano, di ladri di formaggio, una banda che a Parma aveva fatto dei colpi rubando delle forme di Parmigiano, e siccome Paride è morto, dai carabinieri ci finisce Ermanno.

Tutte le microstorie di Paolo Nori si intrecciano e si avvicinano, ma da lontano, piano, come se fossero due puntini che lasciano la scia, percorrendo un cerchio sempre più stretto, uno verso l’alto, da destra verso sinistra, l’altro verso il basso, da sinistra verso destra, cercandosi. E avvicinandosi al centro di quel cerchio sono sempre più vicini, con i pezzi delle loro storie che si compongono, i dettagli che si fanno più chiari, la scia più nitida, le relazioni tra i personaggi più compatte.

Non voglio raccontarvi troppo questa storia, ma la realtà è che non riesco a dire di cosa parli, questo libro, perché le cose che scrive Nori parlano sempre di tante cose. Parlano dell’Emilia, di piccoli dettagli che fanno ancora più ridere, quando ci sei dentro, all’Emilia, parlano dei libri nei libri, parlano di amicizie e di cose che finiscono, di cose che stancano e di cose che cambiano. Parlano del tempo che passa e delle cose che a volte si dimenticanoE lo fanno con una delicatezza che in chiunque altro mal si combinerebbe con l’irruenza del modo emiliano di parlare e di mostrare le cose, così di pancia. 

La banda del formaggio è un libro bellissimo che fa anche molto ridere, e mi sono ritrovata a sghignazzare alle due di notte dopo che ero andata al cinema (e non mi piace il cinema) e che avevo bevuto una birra e mezza (e sono intollerante al lievito). Mi sa che i libri belli fanno questo effetto qui: che alle due di notte invece di aver paura di stare male perché hai bevuto una birra e mezza (e sei intollerante al lievito) ridi a letto e hai anche paura di svegliare i vicini. 

Paolo Nori, La banda del formaggio, Marcos y Marcos, 2013

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

5 Commenti
  1. Scusa ma mi sembra, se non ricordo male, che non sia proprio così…
    E quindici anni prima, Paride, aveva comprato delle librerie di Ermanno ed era così che era entrato in società…
    e credo anche che il soprannome sia Daguntaj
    Ecco scusa, dicevo, mi sono imbattuto in questa pagina e su alcune cose non mi ritrovavo. Ciao, Giovanni.