Partigiano inverno | Giacomo Verri

Ma se questo romanzo fosse stato davvero pubblicato nel 1958? Per conoscere la risposta, o più ancora, per conoscere la ragione di questo interrogativo, bisogna attraversare 228 pagine, arrivare alla 229 dove l’autore – finalista del Premio Calvino 2011 – chiarisce le fonti e i motivi alla base del romanzo, ascoltando in sottofondo, come è capitato alla sottoscritta, l’eco remota ma ancora abbastanza nitida di due anni trascorsi a studiare il neorealismo come corrente letteraria per cercare di tirarne fuori una tesi sufficientemente accettabile da discutere per la propria seduta di laurea.

Partigiano Inverno narra di Resistenza, una pagina di Storia passata ormai da 70 anni, ma senza l’intenzione di rileggerla, interpretarla, men che meno agiografizzarla;  piuttosto la rievoca lealmente nelle tre vicende, parallele eppure incrociate, dei protagonisti: il piccolo Umberto, il giovane Jacopo, il vecchio professore Italo Trabucco – tre età, tre prospettive per un momento di storia collettiva. Del resto, il traliccio narrativo sul quale poggia può sembrare assai esile: all’azione feroce della guerra civile (che si coagula solo nei capitoli finali) si sovrappone l’astrazione cerebrale e sensoriale insieme dei personaggi: c’è più movimento nel paesaggio gelido dell’inverno in Valsesia, nelle statue del presepio (sono i giorni dell’Avvento), di quanto ve ne sia nelle gesta di costoro, che aspettano, vagheggiano, rimpiangono, pensano. 

La questione vera e propria è però un’altra: come si può parlare di Resistenza a così lunga distanza? Come si può raccontare quello che è già stato raccontato, psicanalizzato, ideologizzato, canonizzato, e allo stesso tempo ricusato, negato, contestato? Come farlo senza pregiudizio storico o politico? Nell’immediato dopoguerra il tema era entrato di diritto nell’assortimento di soggetti che doveva – secondo una particolare teoria – rifondare la cultura italiana, il movimento letterario che doveva narrare l’Italia nuova, il neorealismo, appunto.

L’autore stesso avverte il lettore, nella postilla finale, di avere ripreso la trama da un romanzo neorealista che avrebbe dovuto, presumibilmente, essere pubblicato nei Gettoni di vittoriniana memoria nel 1958. Presumibilmente pubblicato – in realtà non ne esiste traccia. Presumibilmente neorealista. Perché nel 1958 il neorealismo (almeno quello letterario) era già morto e sepolto, a prescindere dalle simpatie di Vittorini verso questo genere e dalla fiducia che avrebbe potuto o meno concedergli (perspicacemente messa in dubbio dal medesimo Verri). Perché il neorealismo in letteratura è stato poco più che un feto, concepito dall’unione tra l’impegno civile e l’entusiasmo della liberazione, ma abortito prima di vedere la luce, nonostante il sogno di qualcuno che lo voleva già grande, già maturo e con un radioso avvenire davanti a sé.

Ma è rimasta in sospeso la risposta alla domanda posta poc’anzi: come si può narrare la Resistenza 70 anni dopo? Nel modo in cui ci riesce Partigiano Inverno, sublimandone la storia nell’invenzione di un linguaggio formidabile, un catalogo lessicale della letteratura (dentro c’è di tutto: dalla Bibbia a Montale) capace per sovrappiù di nobilitare il grezzo quotidiano, dialettale, liricizzandolo, innalzandolo come un monumento alla lingua italiana.

Certo non è un romanzo facile; è complicato nel modo in cui a volte la bellezza può esserlo, e tuttavia:

La bellezza, diceva, è un fiore gettato sull’abisso, storna il retto modo di volgersi al gran libro della natura, che è il vero oggetto della filosofia: nel qual libro, l’attenzione va posata maggiore sulle cose nelle quali al nostro vedere appaiono più spedite e degne l’opera e l’artificio. Ma non per compiacersi in esse.

Giacomo Verri – Partigiano Inverno, 2012, Nutrimenti, 235 pagg., 17 € 

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

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