Percival Everett | Percival Everett di Virgil Russell

A me non piace far girare le rotelle a vuoto. Lo dicevo un milione di anni fa, corso di semiotica, parlando, inevitabilmente, di Lynch (allora e ancora, alle volte sembra ci siano pochi argomenti di discussione) (al corso di semiotica l'unico altro grande cult era Lost). E sicché quando ho visto Percival Everett di Virgil Russell (titolo) scritto da Percival Everett (autore) ho avuto un momento di sbandamento.

Everett_Virgil-200Quando poi ho annusato la “trama”, il sentore è diventato spavento. Un figlio va a trovare il padre in ospizio e il padre sta scrivendo un libro che potrebbe scrivere il figlio se scrivesse. Chi scrive? Boh. C'è un allevatore di cavalli che poi è un medico che si chiama prima Murphy poi qualcos'altro che non ricordo. Ha un paziente, che prima viveva in un ranch, e poi in città. E il paziente lo paga a suon di macchine fotografiche d'epoca. E poi una Leica finisce contro il muro dell'ospizio, Leica che apparteneva al padre del narratore che è il figlio, o al figlio del narratore che scrive per il padre. Capito, insomma, lo sgomento, sì?

E poi però capisci che qui non stiamo parlando di trame, solo marginalmente stiamo incontrando un padre e un figlio, anche se la seconda parte si avvicina davvero a quello che un lettore medio definirebbe una storia con quasi tutti i crismi e i carismi, ma di fatto stiamo parlando di linguaggio, tra le altre cose:

Un colossale fallimento, un inganno, un giocattolo bello o brutto che si poteva smontare o strizzare

Allora in questo gioco chiamato linguaggio, e chiamato anche narrare, che poi in ultima analisi puoi chiamare anche vita, ha davvero importanza quale nome abbia il protagonista? Esiste poi davvero un protagonista? O sono due? O sono di più? E nella vita reale, ha davvero importanza il tuo stesso nome? Forse no, se ci pensi su l'attimo che basta a superare te stesso. Allora torniamo a questo linguaggio, che se va bene è una struttura "che regge la farsa del significato", se va male è una trappola, la sensazione che ti dà quando le parole sono disposte secondo un principio se non logico almeno estetico, è quella del piacere puro. Quando non hai capito esattamente quello che ti sta passando sotto gli occhi, ma ti piace lo stesso. Che non necessariamente implica un Ti piace proprio per quello. Perché chi l'ha detto che una storia debba offrirti in pasto un ordine logico, sequenziale, una trama compiuta con un inizio e una fine, e in definitiva un senso che nel mondo non c'è?

Poi trovi certi paragoni da far venire le lacrime agli occhi. Ti sfido lettore a non sentire un brivido se qualcuno ti dice che lo scatto dell'otturatore di una Leica del '63 fa lo stesso rumore “che produrrebbe un neonato se fosse in grado di schioccare le dita”. Lo senti, sì? Allora che sia fiction o non fiction, storia o non storia, uno studio sul linguaggio o sul significato o sull'inaccessibilità della realtà oggettiva o un intruglio di tutto quanto, a un certo punto perde importanza.

Una volta mi hai chiesto se ero postmoderno e io ti ho chiesto se la tua domanda conteneva un trattino.

Dimenticavo che spesso Percival Everett, chiunque egli sia in questo libro e fuori, è esilarante. E nostalgico. Fa belle domande e dà belle risposte, alle volte. E in definitiva vale quello che lui stesso suggerisce come criterio per valutare un dipinto, e il criterio

è il piacere che ricavo quando lo guardo. […] Mi piace guardarlo? Non mi pongo altre domande. E non mi do altre risposte.

Sto dando un'altra possibilità a Lynch.

Percival Everett – Percival Everett di Virgil Russell – Nutrimenti 2014 – 272 pagine – 16 euro

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