Sherwood Anderson | Canti del Mid-America

Bisognerebbe partire dalla fine, ovvero dal fatto che Sherwood Anderson è morto inghiottendo uno stuzzicadenti. Si trovava al largo di Panama, su una barca dove si stava tenendo un ricevimento in suo onore. Mangia una tartina, inghiottisce per sbaglio lo stecchino, lo stecchino inghiottito buca qualcosa che non deve, e Sherwood Anderson muore di peritonite. Bisognerebbe inventare un nuovo concetto di “morte da romanzo”, in casi come questi, credo, perché anche se non sta bene ridere della morte, a me sembra una morte incredibile. Già da qui, credo, si può iniziare ad amare questo scrittore, la sua vita e la sua opera.

AndersonCantiDelMidAmericaCorrimanoEdizioniInvidio molto chi non ha letto nulla di Sherwood Anderson, perché può ancora provare la bellissima esperienza di leggere Winesbourg, Ohio, un libro splendido e silenzioso che è per me una raccolta di fotografie potenti, e di conoscere tutti i protagonisti della “Spoon River dei vivi”, così come l’ha definita Vinicio Capossela in una prefazione che è quasi una canzone scritta per noi.

Ora c'è una cosa nuova. La casa editrice Corrimano ha pubblicato lo scorso anno – e distribuito solo il mese scorso – un piccolo librino che si intitola Canti del Mid-America, ovvero una raccolta di scritti pubblicata da Anderson nel 1918, prima dei racconti dell'Ohio, quasi ne fosse un'introduzione.

Verso occidente il campo del drappo d'oro.
È autunno – vedi l'oro nella polvere dei campi.
Stendi il tuo drappo d'oro su di me. È notte e vengo attraverso le strade sotto la tua finestra.
La polvere e le parole sono tutte andate, spazzate via. Fammi dormire.

Definirla una raccolta di poesie mi sembra limitativo e sbagliato, e la definizione più azzeccata, la più calzante e giusta, credo sia quella del titolo, Canti. Alcune sembrano vere e proprie preghiere, hanno addirittura la stessa cadenza di quando in chiesa si attende che dal pulpito leggano certi versi, per poi iniziare una pausa di un paio di secondi che annuncia al popolo che si può proseguire con un “ascoltaci, o signore”. Anderson non è il Dio, è l'uomo, che prega qualcuno, ama una una donna che ora è lontana, scrive di campi di granoturco onnipresenti e della luce che sui quei campi si riflette. Gli spazi sterminati del Mid-America riportano l'eco dei canti di Sherwood e l'eco di tutte le persone che in quei campi sterminati vivono e muoiono, e cercano la redenzione, dentro e prima i fumi dell'industrialismo.

Non è un libro facile, e non intendo per facile l'opposto di difficile. È un libro che lascia buchi e dubbi, che a volte è difficile capire e altre sembra scivolare via. Ma se ne sente il canto e la preghiera e mi è sembrato che fosse un inno agli esclusi, ai dimenticati, ai silenziosi, ma anche ai cambiamenti, ai rimpianti, alla malinconia verso un mondo rurale e primitivo, per certi versi, che non può tornare.

Sono dell'Ovest, l'esteso Ovest dei tramonti. Sono degli estesi campi dove cresce il granturco. Il sudore delle mele è in me. Sono l'inizio delle cose e la fine delle cose.

Ogni tanto è bene tornare all'inizio, capire da dove le cose sono nate. Non sempre si capiranno meglio, ma se ne ha un quadro più completo, più ricco. E magari i pezzi non si incastrano tutti alla perfezione, ma sono lì, e chissà, la prossima volta che li guarderai magari aggiungerai un tassello, e poco ma sicuro la prossima volta che guarderai un campo di granturco penserai all'Ovest, a uno stuzzicadenti, e alle preghiere.

 

Sherwood Anderson, Canti del Mid-America, Corrimano Edizioni, 2014.

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

Nessun commento, per ora

I commenti sono chiusi.