Silvana Mazzocchi | Nell’anno della tigre. Storia di Adriana Faranda.

 

La storia, questa storia qua, a volerla pensare non si potrebbe immaginare mai. Ma mai, nemmeno con la più fervida fantasia del mondo, nemmeno sotto acido, per dire.

Avventure, intrighi, sotterfugi. Sarebbe un poliziesco perfetto, ma dalla parte del cattivo. Sarebbe il romanzo perfetto, se fosse un romanzo. Sarebbe avvincente, avrebbe una trama di quelle che non ti lasciano andare finché non lo hai finito. Avrebbe perfino uno di quei personaggi con i quali ti trovi a simpatizzare dalla prima pagina, perché è un personaggio da manuale: è cattivo perché lo vuole, è forte, è feroce, è spietato, è complicato. Rinuncia al buono che ha, perfino alla figlia, per seguire un ideale superiore.

9788858853993_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleSe questo libro fosse stato un romanzo, il romanzo si sarebbe scritto da solo.

Ma. Ma invece un romanzo non è. È la storia di questa ragazza di ottima famiglia, aristocratica e benestante, che imbraccia un'arma negli anni di piombo per vendicare il popolo cui lei non appartiene dagli oppressori che le sono pari; questa storia, ideale, controversa, lascia negli occhi e nel cuore una tristezza incalcolabile. Perché è vera. È tutto vero, in questo libro qui. Quel sangue che lo bagna, era il sangue di qualcuno. Quei colpi di pistola che schiaffeggiano le pagine, qualcuno li ha esplosi davvero.

Nell'anno della tigre è un libro di storia. La storia è la nostra, raccontata attraverso la storia di Adriana Faranda, cattiva per antonomasia, la buona delle BR. La ricostruisce, con perizia e sangue freddo, la giornalista Silvana Mazzocchi per Zoom di Feltrinelli, che lo ha pubblicato giusto qualche giorno fa. E le parole raccolte dalla Mazzocchi sono tutte vere. Si sentono come vere, si leggono come vere. E – ci mancava pure questa – sono scritte gran bene. I frammenti scritti dalla protagonista stessa, soprattutto: rivelano un cuore e una testa. Cose che da un cattivo non ti vorresti aspettare.

Nell'anno della tigre è un libro scritto col sangue. Non solo il sangue di Aldo Moro, degli agenti incolpevoli della sua scorta: non solo il sangue delle vittime delle Brigate Rosse. Il sangue è quello delle BR. Il sangue è quello di Adriana Faranda, regolare delle BR, dirigente della colonna romana dei rivoluzionari armati, personaggio complesso e intrigante, se solo fosse stato possibile inventarselo alla scrivania. E invece è vera. Invece il suo sangue post-sessantottino ribolliva negli anni di piombo, il suo sangue chiamava altro sangue. E oggi, oggi che è sereno, ripensa agli anni in cui faceva la guerra, e contento non pare, e si dissocia da sè. Quasi rinnega il sangue versato, più di trent'anni dopo.

«Oggi mi domando quale demone ci portò a scegliere le armi invece di stare al fianco dei pretori d’assalto che denunciavano la truffa e furono lasciati soli. Le esistenze di tutti sarebbero cambiate in meglio, da ambo le parti, e molti destini avrebbero visto cambiare il loro corso. Ci sentivamo combattenti della libertà. […] Alla fine, scelsi la guerra. Era per me ‘la’ guerra. L’ultima, quella che avrebbe liberato. Che ingenuità». Lo scrive adesso, troppo tardi.

Che sangue deve avere, una ragazza che sulle strade di Roma insegue in minigonna e Beretta un professore universitario che altri per lei hanno condannato a morte? Che sangue deve avere una madre che rinuncia a vivere con la figlia, cui altri hanno scelto un nome al suo posto, perché un progetto superiore la vuole tutta per sè?

Adriana Faranda non è un'eroina. Nessuno, che abbia abbia fatto parte di un commando che ha ucciso sapendo di farlo e volendolo fare può esserlo.

Lei, che pare di vederla, fiera come un felino davvero, uno di quelli pericolosi, che solo a guardarli ti senti graffiato. Lei, che all'ombra dell'Etna dove è cresciuta l'avrebbero definita 'n fimminuni. Una di quelle donne che degli uomini non hanno bisogno.

Visto da qui, visto ora, tutto quell'anticonformismo rivendicato a gran voce da una ragazzetta "nata bene" pare vicino a un capriccio. Vista da qui, vista ora, tutta quell'ansia di guadagnare il bene comune con le bombe e il terrore non pare altro che ipocrita. E stupida. Ma chissà che storia era, vista da lì.

Silvana Mazzocchi, Nell'anno della tigre, Feltrinelli 2015

Amelia Cartia

M'innamoro di tutto. Parlo troppo, scrivo tanto, leggo un po', dubito di tutto, sbaglio spesso, mi perdo sempre e poi ritento. Cambio strada ad ogni passo, e cambio indirizzo più spesso che posso. Se la vita è un viaggio, sono abbastanza certa d'essere viva.

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