Stefano Bartezzaghi | M. Una Metronovela

Non ricordo la prima volta che presi la metropolitana ma ricordo benissimo di come mi fu proibito salirci da bambina. Fu in occasione di una gita scolastica a Milano, la classica visita al Duomo e al Teatro della Scala che tutti i bambini lombardi fanno nell’età compresa tra i 7 e i 10 anni (nella pre-adolescenza già è troppo tardi). Ricordo, soprattutto, di come tutti noi bambini provenienti dalla campagna fummo affascinati dall’idea di un treno che scorresse sotto i nostri piedi e all’unanime richiesta di poterci fare un giro (“Solo uno maestra, solo uno” – neanche fossimo stati al Luna Park), ella, presa dal panico, cominciò a raccontarci brutte cose inerenti alla metropolitana: “Ci sono persone pericolose lì sotto – così ci disse la maestra – ci sono delinquenti e soprattutto ci sono signore che spesso prendono i bambini degli altri, li nascondono sotto le loro lunghe gonne e se li portano via chissà dove”. Sconcertati (le signore con le gonne lunghe mica esistevano solo nei supermercati?) rinunciammo al nostro piccolo sogno che, fino in età adolescenziale e poco più, rimase comunque un bel cavillo per noi poveri teenager di campagna. “Mamma, domani vado a Milano con le amiche”. “Sì, figlia, vai pure ma evita il metrò”.

Bartezzaghi_MLeggende metropolitane (in questo caso letteralmente) continuano a spaventare i genitori di tutte le province tanto che mi fa strano pensare che Stefano Bartezzaghi, da bambino, abbia potuto sentire lo sferragliare dei treni sottoterra direttamente dalla carrozza (preferibilmente quella di testa). Perché l’autore di M. Una Metronovela l’ha vista nascere e crescere, la metropolitana di Milano, ma nonostante ciò non è stato immune dallo stupore che il primo viaggio – se tale si può definire – gli provocò. Ed è proprio di viaggiatori e passeggeri che Stefano Bartezzaghi parla lasciando spazio, però, a infinite altre storie.

Non a caso, infatti, risulta alquanto difficile spiegare cosa sia M. Una metronovela. Perché più che un elogio alla metropolitana stessa, come pensai la prima volta che lo vidi in vetrina in libreria, l’ultimo lavoro dello scrittore milanese è un vero e proprio elogio alla propria città natale, come se fossero tanti piccoli occhi di bue puntati su quegli spazi minori del capoluogo lombardo che spesso passano in secondo piano davanti a luoghi meravigliosi, e molto più scenici, come il Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele II. Stefano Bartezzaghi, quindi, racconta Milano ma la racconta in capitoli e sotto-capitoli molto brevi, facendo riferimento a persone e soprattutto luoghi che spesso si limitano a essere piccoli cortili in grandi palazzi che dietro il loro portone, però, nascondono giardini di una bellezza sublime.

Ed è proprio la brevità dei capitoli a rendere ancora più particolare M. Una Metronovela, libro perfetto per ogni pendolare di città. Siete dei lettori che non rinunciano a leggere nemmeno per quelle due fermate che separano Piola da Centrale? Siete di quelli che stanno leggendo e contano il numero di pagine che gli mancano alla fine del capitolo per capire se riusciranno a terminarlo prima di arrivare alla fermata? Siete di quelli che, un capitolo qui e un capitolo là, finiscono per perdersi pezzettini di storie? Lo siete davvero? Allora sappiate che M. Una Metronovela è ciò di cui avete bisogno. Stefano Bartezzaghi crea un intruglio di mini storie autobiografiche e di fantasia, di piccoli momenti nostalgici e di probabili avventure che una città come Milano può nascondere negli angoli delle sue vie. Inutile dire, poi, che non vedrete più la città con gli stessi occhi: parola di campagnola.

 

Stefano Bartezzaghi; M. Una Metronovela; Einaudi; 2015.

Nellie Airoldi

Cresciuta in campagna in mezzo ai libri e ai taccuini, ha imparato che nella vita si conosce una persona solo quando la si porta ad un aperitivo perché, diciamocelo, davanti ad un buon vinello nessuno può mentire, soprattutto se vicino c'è anche una fetta di polenta.

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