Tony Gentile |La guerra. Una storia siciliana

Per chi è nato in Italia, il '92 è stato una svolta.

Per chi è nato in Sicilia, una timpulata. Ma forte.

La timpulata, per voi italiani, è lo schiaffo. Per noi, quaggiù, è una cosa importante assai. Una timpulata t'arrusbigghia, di prepotenza. Ti brucia più l'amor proprio che la guancia, se ti pigli 'na timpulata. Io una sola ne ho presa, da papà, una volta che dissi una parolaccia. Che poi manco l'avevo detta, ma a lui era parso, e io muta.

A me le timpulate me le hanno date tutte Totò Riina, e Bernardo Provenzano, e quella gente lì. Me le hanno date che io avevo sei anni e mezzo, e mi vennero a prendere per le orecchie attraverso lo schermo della tv, e attraverso le pagine dei giornali, e dentro gli occhi preoccupati dei grandi, quando io li vedevo che parlavano tra di loro, ma piano che ci sono i picciriddi, sia mai si impressionano. Dicevano che il giudice Falcone era saltato in aria sul ponte di Capaci, dicevano. E io bum, bambina non lo potevo essere più: ché qua non era che venivano le streghe ad addormentare le principesse, che tanto poi le svegliava il principe col bacio e io stavo tranquilla. Qua i cattivi erano cattivi. E basta. E non si risvegliava più nessuno, qua.

L'infanzia mia è finita là: l'ho vista che mi salutava durante i funerali di Falcone e della sua scorta, quando dallo schermo della tv la vedova di Vito Schifani, una ragazza che era più piccola di me adesso, ma che a me allora pareva grandissima, persa dentro un tailleur anni '90 diceva al microfono "Io li perdono, se loro cambiano". E piangeva. E io, a sei anni e mezzo, la guardavo e pensavo "Ma cosa cavolo perdoni, che ti hanno scoppiato il marito? Cosa perdoni, come fai? Perdonare non si può". La prima volta che mi sentii il cuore indurirsi: non avevo sette anni.

Tre anni dopo, in quinta elementare, da Ragusa ci portarono in gita scolastica a Palermo: la prima tappa fu il cadavere di quel ponte. «Lo vedete, bambini? Quel buco lì è dove sono finiti i buoni. I cattivi questo fanno». E ciao favole, si cresce a timpulate. Guerra di mafia, la chiamavano.

Io la faccia del giudice Falcone la conoscevo perché mi sorrideva ogni giorno da una foto che era appesa nel corridoio di scuola: era in bianco e nero, aveva i baffi, e stava bisbigliando qualcosa all'amico suo, Paolo Borsellino, dietro una scrivania e dietro una cornice. Ogni giorno, dal '92 in poi.

I due eroi del pool antimafia sono quella foto lì, per me e per tutti. E quella foto lì l'ha scattata Tony Gentile: l'ha consegnata a Giuseppe Sottile, che dirigeva il Giornale di Sicilia, e poi alla storia. Oggi quell'immagine, quel simbolo, Gentile l'ha messa dentro un bellissimo libro, pubblicato da Postcart, che ha l'unico titolo possibile: La Guerra. Una storia siciliana.

Sono le foto di strada di un fotoreporter che nei suoi primi anni di gavetta inciampò per forza di cose nella Storia, quella vera, quella grande. Feste di paese, e morti amazzati. L'occhio di Gentile tutto ha visto: i funerali di Sciascia, il maxiprocesso e i comizi di Craxi; la faccia di Andreotti e la solitudine – profetica – di Falcone ai funerali di Livatino, il giudice ragazzino. Macchine bruciate e crateri sulle strade: era la guerra. Un libro che è un pugno, ed è necessario. Ad aprirlo un ricordo, un mini romanzo, di Davide Enia, palermitano come Gentile, che in quegli anni lì era un ragazzino, e che la guerra suo malgrado l'ha vista dalla trincea: hai bisogno di raccontarla, come ha fatto Pif nel suo La mafia uccide solo d'estate, l'enorme assurdità di aver incontrato un morto sul marciapiede mentre tornavi da scuola.

Fu la Guerra. Perché era guerra di mafia, tra le mafie di Corleone e di Palermo, ed era guerra alla mafia, che per la prima volta veniva nominata. Riconosciuta, codificata e combattuta. E combatterla era pericolo mortale, ma si doveva. Lo abbiamo capito tardi, ma lo abbiamo capito tutti. Svegliandoci a timpulate.

 

Tony Gentile, La guerra Una storia siciliana, Postcart, 2015

Amelia Cartia

M'innamoro di tutto. Parlo troppo, scrivo tanto, leggo un po', dubito di tutto, sbaglio spesso, mi perdo sempre e poi ritento. Cambio strada ad ogni passo, e cambio indirizzo più spesso che posso. Se la vita è un viaggio, sono abbastanza certa d'essere viva.

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