Andrea De Carlo | Villa Metaphora

[Attenzione: questo articolo contiene SPOILER]

Villa metaphora esce a due anni di distanza dalla precedente fatica dell'autore milanese, Leielui (Bompiani, 2010), dove i lettori erano tornati per certi versi a gustarsi il piatto forte di De Carlo, vale a dire l'incontro tra uomo e donna, l'amore, la compenetrazione, il mescolarsi di vite. Con Villa metaphora si percepisce da subito che il proposito di fondo è diverso. Ci si ritrova in mano un mattone di oltre novecento pagine, dove ogni capitolo è raccontato da un punto di vista diverso, per un totale di quattordici personaggi.

Se si pensa a romanzi come UtoDue di dueDi noi treTecniche di seduzione o al più recente Durante, questa scelta rappresenta una bella frattura rispetto al passato, in cui l'autore ha solitamente affidato le proprie storie all'io narrante del protagonista, sempre maschile, per raccontare storie di amicizie, di amori, di viaggi, di stravolgimenti, di cambiamenti individuali o generazionali. In Villa metaphora De Carlo sceglie raccontare tutto, o quantomeno il più possibile. E per farlo, si affida a quattordici personaggi che possono intendersi come quattordici tipi umani, ognuno rappresentante e portavoce di un ideale, un mestiere, un'ideologia, una visione del mondo, un modo di stare al mondo. C'è l'architetto ambizioso un po' megalomane che diventa committente di se stesso e costruisce un resort esclusivo sulla costa rocciosa di un'isola vulcanica; c'è la sua amante locale, soda e mediterranea, che cerca di elevarsi grazie all'uomo del Nord; c'è l'attrice americana sguiata e sgallettata, tutta alcool, pillole, provocazione e parolacce; c'è l'oscuro banchiere tedesco assieme alla moglie, finito nei guai per essersi portato a letto l'amica diciassettenne della figlia; c'è il politico italiano, il dis-onorevole Gomi, delfino del premier Buscaratti (un ritratto abbastanza palese di Berlusconi, che di fatto cambia soltanto nome e viene qui inserito insieme all'interno di un contesto politico italiano ricostruito con scrupolo e fedeltà); c'è il cuoco spagnolo gay che smaterializza il cibo, con la sua cucina "tecno-emotiva"; c'è il falegname anarchico e fricchettone; c'è la scenografa fricchettona (Lara Laremi, ripeto, Laremi); c'è la giornalista francese snob esperta in stroncature; c'è l'americano invasato specializzato in Life Solving; ci sono i coniugi anziani e pacati; c'è il marinaio locale che parla in dialetto e stravede per l'attrice americana.

Quattordici punti di vista, quindi quattordici modi di scrivere, di parlare. Tutti insieme sull'isola di Tari, a Villa Metaphora – che è il nome del resort esclusivo in cui si trovano gli ospiti per una settimana -, che diventa una vera e propria babilonia in cui si parla francese, russo, tedesco, spagnolo, americano e tarese. Si tratta del dialetto della fantasiosa Tari, isoletta siciliaa al limite col confine africano, storicamente meta di approdo di conquistatori di ogni nazionalità, la cui presenza è rimasta impressa nella lingua locale, un misto di latino, francese, spagnolo, siciliano, portoghese, inglese che dà origine a un "esperanto naturale". Una vera e propria lingua inventata che De Carlo si diverte a riportare fedelmente nei dialoghi dei taresi ma anche nella prosa dei capitoli focalizzati su Carmine il marinaio, cimentandosi in una prova linguistica niente male, anche se per abituarsi alla lettura ci si mette un po'. 

Villa metaphora è costruita sulle cime rocciose della costa disabitata di Tari, dove gli ospiti hanno relax e privacy garantita, vista mare e vulcano. La presenza della natura diventa anch'essa un vero e proprio personaggio attivo, con il vento, il mare agitato e infine il terremoto che anticipa l'eruzione vulcanica a fare da sfondo parlante con cui i personaggi sono costretti a confrontarsi e mescolarsi. E per settecento pagine c'è praticamente da strofinarsi gli occhi di capitolo in capitolo, perché questo romanzo è una straordinaria prova di bravura che investe non solo la lingua, ma anche la cura iper dettagliata dei singoli protagonisti, i loro modi di dire e di muoversi, di esercitare il proprio ruolo nella storia. Sono tutti estremamente credibili e in alcuni di essi si riconoscono i tipi decarliani più collaudati (gli sfumati, "lunari", alienati, profondi e decontestualizzati Lara Laremi e Paolo Zacomel; Brian Neckhart ricorda il Vittorio Foletti di Uto, stabile e quadrato solo in apparenza; l'onorevole Gomi rimanda ai politici romani di Mare delle verità).

Come dicevo, la storia procede e germoglia per settecento pagine, attraverso una serie di imprevisti (guasti tecnici, cadaveri occultati, elicotteri affondati in mare, soccorsi che non arrivano) che garantiscono un'accelerazione continua e tengono il lettore inchiodato alle pagine, ansioso di vedere che succederà. C'è quindi un e poi? continuo e il romanzo va avanti, aggiunge, si complica, e più va avanti più non si riesce a intuire dove e come finirà. E infatti non finisce, perché il finale scritto da De Carlo è un non-finale. Non un finale aperto, ma proprio un non-finale, perché l'epilogo non è un epilogo, dal momento che non si sa di preciso che succede, che fine fanno i personaggi quando il vulcano esplode e il terremoto sta per far franare Villa Metaphora. Nell'ultima scena c'è Lara Laremi su un gommone insieme a pochi superstiti, in mare, presumibilmente all'alba. Stop. Quando ho letto l'ultima parola avrei quasi voluto rigirare il libro, capire se la mia copia fosse fallata, se mancassero le ultime pagine. Invece no, De Carlo finisce così Villa metaphora, ma sarebbe meglio dire che lo interrompe, come se gli avessero tolto la pagina da sotto la penna, come se non potesse esserci un finale vero e ne servisse uno di facciata, come se ci fosse un Villa metaphora 2. E tutto questo comincia a capirsi a duecento pagine dalla conclusione, quando si intuisce che il materiale è troppo e servirebbe giusto una sorpresona, un coniglio dal cilindro, per mettere la parola fine. E il guaio è che per spiegare tutto ciò, anche questo articolo ha fatto la stessa cosa.   

Villa Metaphora, Andrea De Carlo, bompiani, 2012

 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

2 Commenti
  1. alla fine della lettura ,soprattuto dopo le “ultime”220 pagine,mi sono chiesto come si possa annoiare tanto un lettore e soprattutto deluderlo per questo finale(catarsi,francamente scontata, e ovvieta’ nella descrizione dei personaggi).
    Peccato ,potevo usare meglio il mio tempo libero!

  2. Sono daccordo con Giuseppe, non ho mai letto un libro così brutto, sono voluta arrivare fino alla fine, pensando che per forza, dopo centinaia di pagine di idiozie e parolacce, ci dovesse essere qualcosa di interessante….. invece no………non ci ho trovato proprio niente……. è stata l’unica volta in vita mia (ho 50 anni e di libri ne ho letti abbastanza) che ho buttatto via un libro, ritenendolo troppo brutto per poterlo prestare a qualcuno e troppo inutile per prendere posto nella libreria.