Vinicio Capossela | Il paese dei coppoloni

«È la speranza a muovermi, la speranza di fare un giardino da questo Inferno.»
Mi disse così il pellegrino, e continuò camminando, slegato da ogni bene, lungo i sentieri del santo che il lupo aveva ammansito.

È giunto il momento di ammetterlo: di Capossela non avevo mai letto nulla.
Ascoltato, quello sì. Letto, mai.
Forse perché un po’ mi impauriva l’idea di rimanerne delusa, forse perché non mi fidavo. Forse, più semplicemente, perché non ne avevo mai avuto l’occasione. Così, quando alla fine l’occasione di leggere Il paese dei coppoloni è arrivata, pareva brutto non approfittarne per coglierla al volo. Ed eccoci qui.

Non giriamoci attorno: Capossela si conferma un cantastorie qualunque sia il suo mezzo. E non delude, se ve lo stavate chiedendo.

Il paese dei coppoloni mal si presta a una classificazione: un po’ prosa, un po’ poesia. Un po’ romanzo e un po’ antologia di racconti.
È un libro magico, quello di Capossela.
È quel libro che, se potessi tornare indietro ai tempi dell’esame di maturità, avrei preso ad esempio per l’onnipresente tema sul “viaggio”. Perché è proprio di questo che si tratta: di un viaggio. Nella vita dell’autore, nelle vite caotiche dei suoi personaggi. Nella musica, silenziosa eppure onnipresente, che accompagna ogni pagina. Tra personaggi nuovi e qualche vecchia conoscenza, già incontrata altrove, che si azzarda a fare capolino.

E il lettore appassionato non può che calarsi nei panni del viandante, in un percorso quasi dantesco che lo porterà a girare Inferno e Paradiso. E ad incontrare solo anime del Purgatorio.

26895106-7cce-4415-b5b2-ac2ff57ef055

I luoghi che fanno da sfondo alle sue storie Capossela li conosce bene perché sono quelli in cui trova le sue origini per parte di padre: Calitri, l’Irpinia che si mostra, si dipana, si contorce in tutta la sua amara bellezza.
E d’altronde non è un caso che l’immagine scelta per la copertina, di Rocco Briuolo, rappresenti un orologio, quello che i paesani dell’Eco chiamano “la Relogia” e che, per l’occasione, ha le lancette ferme alle otto meno venti: l’ora in cui la terra tremò il 23 novembre 1980. Un tempo fermo in cui l’immaginazione prende vita. 

Lo stile di Capossela si dimostra arzigogolato eppure leggero, mai opprimente. Parte integrante dell’opera, quasi protagonista.
Ecco, forse Il paese dei coppoloni non piacerà a chi cerca un libro semplice, lineare. A chi non vuole o non può prendersi la briga di leggerlo e rileggerlo. A chi non ha il tempo di lasciarsi andare e abbandonarsi a un caos fatto di allegorie, miti e leggende.

Quanto poi alla lingua, per stessa ammissione dell’autore «non è omologata, piuttosto infangata con la terra delle origini. Il significato di gran parte del lessico usato si può facilmente evincere dalla tessitura del discorso».
Ma niente paura, perché alla fine del libro troverete comunque un «prontuario glottologico» in grado di togliervi ogni dubbio.

Bene.
Qualcuno ora chiederà: ma quindi, Il paese dei coppoloni merita davvero lo Strega?
Dipende. Sappiamo bene che il Premio Strega è un piccolo mondo a sé. Capossela lo merita, se non altro per la cura che, come sempre, ha dedicato a ogni singola parola della sua creazione. Ma non possiamo che aspettare.

Quanto a me, non ho dubbi: superate le paure iniziali, non posso che riconoscere in Capossela anche uno scrittore, accomodarmi sul bestio di Scatozza e recuperare i libri che mi sono persa finora.

Vinicio Capossela, Il paese dei coppoloni, Feltrinelli 2015

Valentina Simoni

Una laurea in giurisprudenza, ma da grande voglio fare la coccolatrice di akita. Dico cose che non dovrei dire. Scrivo cose che non dovrei scrivere. Leggo cose che non dovrei leggere. Feticista della grammatica italiana e lettrice compulsiva, bookaholic senza speranze, divoratrice di serie tv. Nel tempo libero ascolto musica classica, imparo a suonare chitarra e pianoforte e gioco a riordinare la mia libreria.

5 Commenti
  1. Ho letto curioso l’articolo e lo ho fatto perché di Capossela ho visto, ascoltato e letto tutto.
    Ma non questo libro e proprio perché pur riconoscendogli grandi doti artistiche, mi sono sempre trovato infastidito dal fatto che i suoi libri, “Non si muore tutte le mattine” su tutti piuttosto appesantiti nella composizione della frasi e dispersivi, troppo.
    Molti dei “concetti” espressi in quel libro sono poi divenuti canzoni e li apparsi come lampi geniali ma per sua stessa ammissione piuttosto scorre lato fra loro ed anche all’interno del singolo scritto, capitolo.
    Poi è maturato con altri capolavori musicali e dalla frequentazione con Vincenzo Costantino, poeta e scrittore. Nei successivi libri mi sono trovato a riflettere sul fatto che era palese che molti riferimenti, battute ed immaginifiche parole potessero essere comprese solo da chi conosce il Capossela musicista (a mio parere immenso come suonatore, cantore, compositore).
    Mi sono quindi portato via la sensazione spiacevole che come autore funzionasse solo per chi non lo aveva mai paradossalmente ascoltato perché per noi altri, era piuttosto ripetitivo aventi sentito quelle storie nei vari concerti (credetemi lo ho seguito molto spesso per dirlo).
    Così il primo libro era quantita, confusionaria, sprazzi di belle emozioni a forma di parola.
    Poi scritti più puliti ma eco dei concerti e dei suoi monologhi.
    E adesso questo?
    Tu (mi permetto di darti del tu) mi dici che è buono.

    Lo avresti capito se non avessi mai ascoltato Capossela ? Se si, allora si, è buono.
    Se no, allora proprio no e sarebbe la mia terza delusione sul tema.

    Scusate se ho scritto troppo ma le parole sono come le pipì, quando scappano, scappano.

    Massimo

  2. Ciao Massimo,

    Anzitutto grazie per il commento.
    Capossela l’ho ascoltato, è vero. Ma non l’ho ascoltato molto: non sono una di quelle persone che conoscono il suo repertorio a memoria, bensì un’ascoltatrice occasionale.

    Visto però che quando leggo un libro, soprattutto se lo faccio per poi scriverne una recensione, amo “andare fino in fondo”, aggiungiamo che ho ne approfittato per rispolverare anche un po’ di canzoni e per approfondire un po’ la sua figura così eclettica.
    Quindi non partivo proprio “a mente sgombra e pulita”, mettiamola così. Avevo già le mie idee.

    Per rispondere alla tua domanda, premesso a questo punto che non posso certo dire di essere una fine conoscitrice dell’opera di Capossela, ti dico che sì, l’avrei apprezzato comunque.
    Ma capito fino in fondo non so. E forse non l’ho capito nemmeno adesso, ci vorrebbe una rilettura. Tuttavia, non credo che la cosa avrebbe influito troppo sul mio giudizio.
    Ci sono riferimenti alla sua opera di musicista, è vero. Inoltre devi avere un po’ di tempo da dedicargli e superare l’ostacolo dello stile un po’ insolito, come dicevo nella recensione.
    Ammetto poi che, complice il dover leggere il libro in questione di mattina presto, inizialmente ho faticato non poco a superare le prime 50 pagine. Poi, però, è volato via.
    Non so. Sarà l’atmosfera, saranno i personaggi e le allegorie che si portano dietro. Sarà che a me questo stile, a metà tra prosa e poesia, in fondo piace.

    Non avendo letto gli altri libri, non so purtroppo dirti se sono o meno simili a quest’ultimo. Io, però, un’altra occasione gliela darei 😉

  3. Ciao e grazie per la risposta.
    Non so, forse il problema sono i miei gusti: non mi piace proprio chi mi costringe ad una seconda lettura. Non mi piace perché o non mi ha coinvolto oppure fa esercizio di stile e sinceramente il Capossela scrittore mi fa questo secondo effetto, purtroppo sgradevole.

    E’ un giocoliere, con le parole, un po’ come gli Harlem Globe Trotter (sperando di riuscire a farmi capire) nel basket: diremmo che sono i migliori giocatori di pallacanestro perché fanno quelle evoluzioni con la palla in mano?
    La pallacanestro, (e lo dico da allenatore anche se non famoso), è altro.
    Il Capossela cantautore al primo ascolto non piace perché gli si deve dedicare tempo per ascoltarlo davvero e non mentre si lavora: diverso invece è il costringere a cercare desuete parole sul vocabolario, costringere a rileggere alcune frasi per forma confusa, tanto, da costringere il lettore a faticare per superare un mazzetto di pagine.
    Quello, a mio parere, è un esercizio di stile come l’immensa Mina che cantava “Brava”…