Violetta Bellocchio | Il corpo non dimentica

Quando Violetta per me era solo un fiore o un nome qualunque e Bellocchio un regista che non sapevo avesse una nipote talentuosa, ho studiato a lungo i problemi dell'autobiografia come genere letterario. Adesso a distanza di anni mi si ripresentano tutti: generi di pura finzione – prosa, poesia, teatro – versus la non fiction, la storiografia, le cronache, i diari, etc. Dove si colloca il genere autobiografico? Da Sant'Agostino a Rousseau sembra che il racconto della propria vita sia più interessante e possa entrare a pieno titolo nella narrativa, tanto più si discosta dalla realtà e quindi tecnicamente non si possa più parlare di autobiografia. Un bel paradosso che mi si è ripresentato nel momento in cui mi sono trovata a riflettere su Il corpo non dimentica.

Ma non siamo qui per porre limiti e forse non ce n'è nemmeno bisogno: questo libro è puro intrattenimento, nemmeno per un attimo ti verrebbe il dubbio che possa essere inserito in un genere diverso dalla narrativa, ma è doveroso sottolinearlo: le cose raccontate qua dentro a Violetta sono successe davvero. Sembra la sceneggiatura di un film e invece no, le sono successe realmente, nella vita reale. 

Ed è questo di cui tutti stanno parlando, che sembra aver attirato l’attenzione di riviste patinate e trasmissioni tv: Violetta Bellocchio – che poi è la figlia di bla bla bla e la nipote di bla bla bla – ha fatto un atto estremamente coraggioso, si è sventrata pubblicamente e ha raccontato tutto il suo passato da alcolista, tutte le vicende più intime, tutti i cazzi suoi dal primo all'ultimo.

Il corpo non dimenticaE siamo d’accordo tutti sul fatto che sia un gesto tanto bello quanto difficile, ma vi dirò, a me quello che ha colpito di questo libro non è il tema difficile-personale-pesante-e-toccante, o per lo meno non è solo questo.

Violetta non ha scritto questo libro per essere compatita o perché l’ennesima schiera di persone con un passato traumatico le si presentino alla porta di casa per raccontarle la propria esperienza altrettanto pesante (questo è quello che succede quando solitamente racconta la sua storia). Violetta l’ha fatto per se stessa, per superare il suo passato, per arrivare a convivere con i suoi fantasmi e perché lo doveva a – quella che nel libro viene identificata come – Lei. No, non l’ha fatto per farvi smettere di bere, perché sennò guarda come ci si riduce, care riviste patinate. 

Con i libri che raccontano quanto sia difficile smettere con l’eroina, l’alcool e le dipendenze in generale, non so voi, ma io ci sono cresciuta. Prima Christiane F., Jim Carroll e poi i morti di Trainspotting (Tommy RIP) ci hanno insegnato che sì, tutto questo ha un fascino irresistibile (lo dice anche Violetta a posteriori, quando ormai sobria ripensa a qualcosa di intenso della sua vita, ecco cosa dice: Sei anni sobria e ogni volta è una lotta per non rispondere: “Bella, svegliarti al Policlinico senza ricordarti un cazzo, quello è intenso”), ma fa male e non va fatto. 

Quindi dove sta la novità qua dentro?
Quello che quando ho iniziato questo libro mi ha fatto urlare “miracolo!” è come è scritto, perché questo libro è scritto da dio. Non ho altre parole per descrivere una cosa così leggibile, che puoi fare fuori in mezza giornata, che nonostante la pesantezza dei contenuti non ti fa venire voglia di smettere mai.

Il famoso tunnel della dipendenza, le cui conseguenze nell’estetica anni ‘90 andavano dall’alone viola agli occhi bianchi, qua è raccontato divinamente, in tutte le sue sfumature, con tutti i suoi lati negativi ma anche quelli “positivi”, è sincero oltremodo, forse proprio perché è tutto incredibilmente vero. Le immagini, la punteggiatura, le pause, le liste, i deliri, i salti di ricordo in ricordo, gli elenchi puntati. Come faccio a spiegarvelo? Dovete leggerlo.

Perché è difficile dire:

Mi chiamo Violetta Bellocchio. Ho trentaquattro anni. Sono nata a Milano il quattro nove settantasette, carta d’identità scaduta, vado in giro col passaporto. Non sono mai stata sposata, non sono mai stata incinta, e non riesco più ad abitare da sola. Fino allo scorso autunno vivevo in una piccola città vicina al mare. Non ci torno da ottobre, e lì ci stanno tutti i miei vestiti. Il 90 percento, almeno. Quelli buoni.
Gli avanzi, nell’armadio della mia vecchia stanza, mi stanno male. Tutti. Devo tirare indietro le maniche, raccogliere l’orlo della gonna. Ho smesso di lavarmi i denti.

È difficile scrivere la propria vita giorno per giorno, rievocare ogni mattina i dettagli più degradanti, magari con l’idea che verranno pubblicati e distribuiti nazionalmente, ma rivangare tutto sembra essere l'unico modo per ricominciare davvero.
E ancora, doppiamente difficile è scriverlo bene in quel modo. 

Violetta non vuole essere un esempio per nessuno, è la sua storia e basta. 
O come dice lei: Ehi. Ho detto che mi sono convertita, non che sono un buon esempio di conversione.

 

Elena Biagi

Elena Biagi dopo aver cambiato quattro volte colore di capelli, undici case e cinque città, adesso è biondiccia e vive a Milano, dove lavora in una casa editrice.

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