Walter Fontana | Splendido visto da qui

Eh sì, ci stavo anch'io, davanti alla TV, a guardare i I migliori anni di Carlo Conti (che poi i migliori, sono sempre quelli che se ne sono andati).
Tifavo anch'io per i quattro decenni, vicini abbastanza da suscitarmi qualche strizzatina di nostalgia allo stomaco. Mica ero l'unica: non eravate anche voi tra quelli che si esaltavano ricordando?
«Mitici, i Buondì Motta, che li mangiavamo dalla crosticina!» 
«Il Carosello! Noi dopo il Carosello, a nanna! Altro che Peppa Pig a nastro!» 
«Dai!!L'hai mandato tu l'sms noi che siamo cresciuti con kiss me licia?? Figata» 
«A me sarebbe piaciuto di più vivere negli anni Sessanta, insieme a Fonzie»

Chissà, forse pensava a una come me Walter Fontana, quando ha cominciato a immaginare di scrivere un romanzo di fantascienza come Splendido visto da qui: a una degli anni Zero, angosciata dall'immediato futuro, gonfia di nostalgia vintage, di Teche Rai, Remake e rivisitazioni del passato prossimo, purché purgate dal male. Perché a noi ci piace questo passato patinato, da immaginario televisivo. Perché, come dice uno dei personaggi del romanzo, 

il posto ideale dove la gente vuole andare è il passato. Non nel senso di tornare bambini, ma nel senso di riavere, da adulti, quel mondo là.

Bene, Splendido visto da qui è un cocktail frizzante dei Migliori anni emulsionati con Il Grande Fratello di 1984, spruzzato con un occhiolino alla sceneggiatura da serial e ai film d'azione, giusto per alleggerire il sapore e guarnito di umorismo. E poi c'è quel che di paradossale: un romanzo di fantascienza che racconta di un futuro proiettato nel passato. Calma, ora vi spiego.
Lo scenario del romanzo è presto raccontato e, come tutte le idee vincenti, ha una sua logica semplice: in una nazione non precisata dopo il primo decennio degli Anni Zero, il punto di non ritorno dell'imbecillità mediatica, quando Wikipedia era l'onniscienza, c'erano più mi piace che occasioni per farsi piacere, più cambiamenti esistenziali che esistenze, quando nei locali dell'aperitivo le scarpe diventarono più alte delle persone, un Buon Governo decise, per la nostra serenità, che saremmo vissuti esattamente nel decennio che ci calzava meglio. Organizzò spazio e tempo in cinque zone temporali militarizzate: gli Anni '60, '70, '80 e '90. A ogni fine di decennio un sistema di tecnologia, controllo e propaganda replica la storia e il suo abito mentale, ripulendo ciascuna zona dagli oggetti-simbolo, dagli eventi e dai riferimenti agli eventi prima di replicarli ancora e rendendo anche i credo un'abitudine di consumo. 

Niente più rimpianto, niente più futuro, ma solo l'eterno ritorno di un disco in sequenza continua con piccole variazioni controllate dal Quartier Generale. Può darsi che cercheremo il brivido della disobbedienza, come i Traveller che trafficano oggetti da una zona all'altra o che siamo un poco insoddisfatti, come il protagonista Leo, netturbino del tempo: in fondo, però, non conosciamo un mondo migliore fuori della gabbia e NOI degli Anni Zero, questa gabbia, la conosciamo bene.

Splendido visto da qui non è un romanzo solo per cultori della fantascienza ma anche per chi soffre di quella malattia dolceamara che si chiama rimpianto: se sei della tribù, andrai in sollucchero per i feticci e il mood  Anni-'Anta e ti lascerai irretire, con più curiosità che angoscia, dai dilemmi esistenziali che il romanzo distopico pone al lettore, da 1984 a Zero di Anna Starobinec: rispetto al genere Splendido visto da qui ha infatti una differenza non insignificante: sorride, i buoni vincono e gli eroi del quotidiano esistono. 

L'epilogo è fatto per mettere l'acquolina in bocca: come sarà? Un sequel sarebbe banale, ma io amo molto i serial…

Walter Fontana, Splendido visto da qui, Giunti, 2014

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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