Will Self | Ombrello

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Quasi fino all’ultimo questa brioches ha corso il rischio di essere scritta in flusso di coscienza. Poi, per fortuna vostra, ho deciso che è meglio leggere il libro in quello stile (e basta), senza contare che io non sono che un umile cameriere di servizio presso il ristorante delle buone letture.

Ho intervistato Will Self a Mantova, ho preso appunti e ho sbobinato tutta l’intervista. Però, ammetto, non credo di essere stato molto brillante e di certo non ero alla sua altezza. Perché Will Self si è imposto con la violenza passiva di chi sa quello che vuole. Ad un certo punto, mentre gli facevo una domanda mi ha interrotto e mi ha detto “non hai capito niente”. È un inizio, ho pensato.

Will Self è magnetico. Il genere di persona che quando entra in una stanza diventa il centro gravitazionale della situazione. Voce profonda, occhi penetranti, naso e mani grosse. Fumava sigarette fatte a mano e aveva un bocchino.

Hi, I’m Andrea, Finzioni Magazine, nice to meet you

Will, how do you do

A quel punto mancava solo la tazza di te. Erano le 5, tra l’altro. Ombrello è l’ultimo romanzo pubblicato di Will Self, ero lì per fargli qualche domanda, gentilemente invitato da Isbn Edizioni.

http://www.scripta-volant.org/notizieletterarie/wp-content/uploads/2013/09/ombrello-will-self.jpgHo provato a chiedergli perché ha scritto un romanzo in flusso di coscienza, una scelta non certo facile nel 2013, epoca dei post brevi, delle battute contate e di twitter. Lui ha detto che twitter non lo conosce e che lui è un artigiano. Pazienza.

Allora ho fatto notare che si può immaginare il flusso come l'essere davanti ad un televisore in cui un tizio vicino a noi fa zapping quando gli pare. Beh, la similitudine del televisore non gli è dispiaciuta…

A questo punto dell'intervista mi sono sentito in dovere di citare Nabokov, principalmente perché l'aveva citato lui nell'intervista prima della mia e poi perché non volevo sfigurare. Allora gli dico qualcosa tipo "Will, Nabokov diceva che l'arte è difficile, è difficile farla ed è difficile apprezzarla. Ma in fin dei conti è meglio così perché si trae piacere da quella difficoltà…"

Altra cosa che vorrei dirvi, Will Self odia gli ombrelli. Che è come se io scrivessi un libro intitolato Cavallette e Orchidee. Non lo so, ma poi è logico che la gente un po’ si stranisce.

In realtà in tutto il libro il termine "ombrello" ricorre una ventina di volte, a cominciare dal paratestuale, prima del primo capitolo, con una citazione di Joyce. "Un ombrello è come un fratello, è facile dimenticarsene". In quella frase è riassunto molto del romanzo, a mio avviso: il conflitto, le relazioni con i propri affetti, gli ombrelli, la memoria… Ok, ma di che parla Ombrello?

Una donna, i suoi ricordi, la medicina psichiatrica di fine anni 70, i ricordi del suo medico curante, i fratelli di questa donna durante la prima guerra mondiale, le disavventure dei suoi due fratelli. Vi ho appena elencato i protagonisti.

Con gli ombrelli funziona così, ha detto Will nell’intervista prima della mia “Quando vuoi un ombrello, lo vuoi davvero. Quando non lo vuoi, non lo vuoi e basta.” E grazie, direte voi. Ma fermi, vi spiego perché. Wil Self ci parla del nostro rapporto con la tecnologia, siamo schiavi delle macchine che utilizziamo? In che modo la manifattura artigianale ma anche la produzione di massa modificano il nostro modo di rapportarci con il mondo?

Anche le medicine, come la televisione, sono una forma tecnologica.

Alcuni vi diranno che non c’è tecnologia senza società e vice versa non c’è società senza tecnologia: cosa sarebbero stati i romani senza le loro strade? O la riforma protestante senza la stampa a caratteri mobili.

Di certo uno dei compiti degli intellettuali, tra cui gli scrittori – diciamo di quelli che si sentono in dovere di rispondere a questa chiamata- è quello di trovare il prius logico. È prima la tecnologia a cambiare i modi in cui la società agisce o è la società a modellare la tecnologia in base alle sue esigenze. Qui, la mia opinione sul caso è del tutto irrilevante.

Will, invece, vede il nostro presente sotto il giogo della tecnologia e dei rapporti (di forza, aggiungo) che ne derivano. Sempre nell’intervista prima della mia ha domandato ad un giornalista “senza il tuo registratore, cosa saresti?”.

Alla mia osservazione su Nabokov (non me la sono scordata) lui ha risposto detto che sì, in fondo fare lo scrittore è anche questo. Non gli interessa essere capito in tutto e per tutto o ammirato in quanto tale: fare un romanzo vuol dire perdere tempo e fare dei sacrifici. È giusto che questi sacrifici li facciano anche i lettori.

Lui si sente un artigiano della pagina. Gli chiedo il perché, in Ombrello, di tante descrizioni vivide fino al limite del grottesco. (Vorrei anche fargli notare che questo, almeno in parte, è dovuto al fatto che siamo abituati ai televisori HD e al cinema in 3D).

Risponde svogliatamente, la domanda deve averlo un po’ scazzato. Quando scrive gli piace descrivere, perché è così che secondo lui dovrebbe essere un libro. Ed è anche da queste volontà descrittiva che è nato il flusso di coscienza. Mi dice "mentre sto descrivendo un vestito, diciamo questo (indica un vestito) vedo la tua barba e allora mi torna in mente la barba di Marx… a questo punto penso alle condizioni in fabbrica di inizio novecenti in Inghilterra." Per lui, almeno in parte, funziona così.

La mia ultima domanda è stata completamente evasa: gli ho chiesto il significato psicologico degli ombrelli (nel suo ultimo romanzo, si intende). Perché ad un certo punto un pene viene paragonato ad un ombrello rosa. Mi ha detto che non ho capito niente, che una volta mandata in stampa la versione finale del romanzo, la sua editor gli ha regalato un ombrello. “Allora non ha capito niente, io odio gli ombrelli”. Davvero. Leggendo Ombrello troverete questa frase "Gli ombrelli sono i nemici dell'uomo alto". Lui è alto, il resto dovete infierirlo da soli.

In definitiva, Ombrello di parla di tecnologia e società, in uno molto tutto suo: se cercate l’agiatezza compiaciuta di uno scrittore ammiccante, allora Ombrello lo lasciate sullo scaffale. Se preferite battagliare con un libro, lottare per capire il significato, la logica dei salti e il messaggio finale dell’autore, beh, Ombrello è il vostro libro.

So che questa intervista viene pubblicata con una settimana e un paio di giorni di ritardo, ma devo dire che al di là del flusso di coscienza, ero molto indeciso se parlare o meno di questo mio piccolo fallimento. Mi sono detto “parlo del libro e basta”. Però poi ho ripesato ad una cosa che ho sentito dire a Morgan Freeman mentre parlava di Thomas Edison. Quando glielo domandavano, lui  non parlava mai di “fallimento” diceva soltanto qualcosa tipo “ho trovato un modo per accendere una lampadina e 999 modi per farla fulminare”. A Mantova, durante il festival della letteratura, ho trovato uno dei 999 modi per fulminare un’intervista.

Mozione di merito per i traduttori.

Will Self, Ombrello, Isbn Edizioni, 368 pagine, 22,5€

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

5 Commenti
  1. Intervista fuori dal consueto. Qualche errore di stampa di troppo… Mi ha divertito e mi ha fatto sentire un po’ come Will Self. Soprattutto mi ha fatto venire desiderio di leggere “Ombrello”. Non so se questo desiderio parli di me. Comunque anch’io sono un uomo alto e odio gli ombrelli. Qualche volta poi, magari, vi spiego che cosa c’è tra gli ombrelli e gli uomini alti.

  2. Adesso io sono curiosa e voglio saperlo, Renato. Sono bassa e bolognese, per me gli ombrelli non esistono.