Yuri Herrera | La ballata del re di denari

Benvenuti a Brioches, la rubrica di quelli che, oltre ai classici e ai saggi da nerd, vanno anche in libreria per leggersi i libri appena sfornati.

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Il tipo seduto accanto a me sembrava perso nei suoi sogni, e non si accorgeva delle immagini che scorrevano veloci come fotogrammi aldilà del finestrino. Attraverso i vetri riuscivo a scorgere, nella vastità di quel deserto, il punto in cui la terra ed il cielo sembravano urtarsi con violenza, scontrarsi. Il cielo, irrispettoso dei colori e delle forme che assumevano le nuvole e delle sfumature di luce che mutavano nel corso della giornata, appariva sempre cupo e minaccioso; incombeva pesante sui destini degli uomini, come se volesse – e forse poteva – determinarli a suo piacimento. Di contro, la terra si stendeva vasta e compatta, e a tratti mostrava le alte increspature dei suoi nervi scoperti, quasi a voler intimorire l'avversario. 

In quel punto esatto dove cielo e terra si toccano e il tempo sembra sospeso in un presente che è eterno ritorno dell'uguale, Yuri Herrera deve aver ambientato il suo La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, € 15 in cartaceo e € 6,99 in digitale), romanzo d'esordio e già acclamatissimo in patria. O almeno questo io ho voluto pensare mentre lo leggevo.

Un centinaio di pagine appena, un distillato concentratissimo di immagini e sensazioni forti. E con un'idea che dall'inizio alla fine prende il lettore alla gola e non lo molla più: la vita non vale niente, no vale nada la vida. E quando dico dall'inizio intendo proprio dalla copertina, che l'editore ha sapientemente illustrato con una calavera di José Guadalupe Posadas, perfetta icona di una morte che cammina tra i vivi.

Il protagonista è un suonatore di fisarmonica, che sbarca il lunario cantando corridos nelle cantine di un Messico di frontiera, ispirandosi alle storie dei narcos. Si chiama Lupo, ma il suo nome scompare dopo il primo capitolo, quando la realtà cede il passo all'epica. Lupo diventa l'Artista, che, accolto alla corte del Re – un potente narco – posa il suo sguardo miope su ciò che vi accade. Non manca nessuno a Palazzo: il Gerente e il Giornalista, le guardie del corpo e il popolino che supplica la misericordia del Re, i comprimari come il Gioielliere, e le donne: la Strega, la Bimba, la Qualunque. Senza nomi, senza una geografia, senza un tempo, cosa resta?

Restano le pennellate di una scrittura davvero distillatissima, parole minime e incisive come spine di cactus, frasi brucianti come un caballito di tequila o di sotol. Resta l'Allegoria: vasta, aperta, capace di adattarsi al lettore ed anzi richiedendone l'attiva partecipazione. Resta lo sviluppo di un personaggio e del suo sguardo sul mondo circostante (grazie agli occhiali che il Dottore gli fornirà): nelle riflessioni di stomaco dell'Artista c'è, in nuce, tutto: un'idea di Libertà, una definzione di Dignità, un'articolazione di Arte e Potere, un embrione di Amore, un'accettazione di Responsabilità. Così, in maiuscolo, a segnalare la forza e l'universalità di concetti che trascendono lo spazio e il tempo. Nell'estremo lembo della vita, quello che confina con la Morte che ride, non esitono relativismi perché, semplicemente, non esitono valori. La vida no vale nada. Ma la letteratura sì. Questo resta, alla fine del libro.

eFFe

eFFe

eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

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