Guerra e pace a Beirut

Da oggi e per l'estate, ci fermeremo ancora un poco tra Africa Mediterranea e Medio Oriente, tra i luoghi che ci sono piaciuti, sempre con un libro in mano!


Il tema narrativo della guerra civile libanese (1975-1990) è stato largamente esplorato da molti scrittori libanesi: autori come Hoda Barakat, Jabbour Douaihy e Rabee Jaber (tutti tradotto in italiano) nei loro romanzi hanno cercato di capire ed indagare le origini della violenza di una guerra che ha insanguinato il Libano per quasi 15 anni. Il grande scrittore libanese Elias Khoury nel 1980, a soli 30 e in piena guerra, pubblica uno dei suoi romanzi più crudi: Facce bianche e, mentre lo scrive, rischia anche la vita perchè una bomba esplode nel suo studio, da cui si era allontanato per puro caso. 

specchi rottiDella guerra civile del proprio Paese questi autori scrivono che essa è da loro “inseparabile perchè accompagna le nostre vite”, come mi ha detto recentemente Jabbour Douaihy, ma la dimensione umana dei loro romanzi è assolutamente universale. Come accade in Specchi rotti, ultimo romanzo di Elias Khoury (un nome che, se mi chiedessero: “A quale scrittore vivente di lingua araba assegneresti il Nobel per la letteratura?”, non esiterei a fare).
Al contrario dell'immagine stereotipata e orientalistica che il titolo e l'immagine di copertina sembrano voler suggerire ai lettori meno accorti, Specchi rotti (Feltrinelli) è un romanzo che vale la pena leggere perchè, molto semplicemente, è un bel libro. Vi sono racchiuse molteplice storie, ma prima di tutto racconta di un ritorno a casa, di un silenzio, della perdita del senso delle cose e dell'impossibilità di sfuggire ai propri fantasmi.
 
Specchi rotti si apre e si chiude con il ritorno a Beirut del dermatologo libanese Karim Shammas, dopo dieci anni di assenza trascorsi in Francia. Nel 1989 la guerra civile libanese è agli sgoccioli, ma tornare a Beirut, centro nevralgico degli scontri, è comunque una follia. Karim in Francia si è rifatto una vita: è un medico stimato, ha sposato una donna francese di nome Bernadette che è il suo porto salvo: con lei, e attraverso di lei, ha dimenticato la guerra, Sinalcol (chi è Sinalcol, lo spettro della guerra civile libanese?), gli scontri con Nassim, il fratello falangista, e con Nasri, il padre ossessivo. Quando Nassim lo chiama per dirgli che si è sposato con Hind, la fidanzata di Karim dei tempi dell'università, in lui si risvegliano i fantasmi del passato e tutto riaffiora alla mente. Tranne le parole. Preda di un'afasia psicosomatica, Karim le perde, tossisce come un ossesso, non è in grado di comunicare neanche con Bernadette:

Ecco, lo aveva capito allora che le parole, quando le si soffoca, muoiono.

E le parole tornano solo quando Karim ritorna a Beirut.

L'abilità narrativa di Khoury in questo romanzo è al suo massimo: nel leggere Specchi rotti si ha l'impressione di trovarsi al centro di un vortice di mille storie, prima accennate, poi spezzate poi infine riprese. A volte servono da spunto per raccontare altre vicende e altri personaggi, che compongono un quadro puntinista del Libano prima e durante la guerra. Ogni parola conta, e ci sono immagini che sono come piccoli affreschi che da soli valgono il libro:  

"Non c'è niente di sensato quando si tratta dell'animo umano.” 

Aveva aggiunto che l'anima, a lui, faceva male, e che i mali dell'anima sono quelli che fanno soffrire di più.

La lettura è impetuosa, e sono immagini di pura bellezza, liquidità e sconfinata tristezza quelle che arrivano dalla lingua di Khoury, anche grazie alla dolcissima traduzione italiana di Elisabetta Bartuli. 
Si arranca non poco nell'ultimo quarto, quando lo scrittore apre una parentesi piuttosto lunga per raccontare le vicende di due combattenti tripolini, la fine del loro sogno rivoluzionario e la nascita dell'islamismo politico. Ma poi alla fine, quando tutto crolla su Beirut (e sembra di stare in quel quadro di Van Gogh “Notte stellata”, dove è tutto buio, ma a Beirut solo i lampi dei bombardamenti brillano nel cielo), le ultime due parole del romanzo ti strappano un sorriso e ti dimentichi dell'apocalisse imminente. E capisci che solo un grande scrittore è in grado di prendersi in giro con così tanta leggerezza.

Chiara Comito

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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