Libano: mille storie per raccontare la patria che non c’è

E’ stato un viaggio lungo e difficile, su sentieri tortuosi e accidentati. Ho attraversato il Libano, viaggiando attorno a Beirut e spingendomi fino alla Galilea, fra campi profughi e cittadine distrutte o occupate. Questo spazio ha una geografia mutevole, i villaggi vengono rasi al suolo da un giorno all’altro, gli abitanti scacciati, i campi bruciati, e allora bisogna ricominciare a marciare verso un nuovo lembo di terra da chiamare casa. In questi pellegrinaggi mi accompagnano il profumo dell’olio appena spremuto, il sapore del sesamo e dell’aglio. Mi accompagnano gli zagharìd, i trilli di gioia lanciati dalle donne nelle poche occasioni di festa, ma più spesso le grida di dolore e i pianti. La terra è polverosa, le notti miti, e il cielo troppo vasto.

Ho viaggiato tanto. Eppure, nemmeno per un momento ho lasciato il capezzale di Younès, in una cameretta dell’ospedale Galilea, nel campo di Shatìla, dove giace in coma da molti mesi, mentre il suo infermiere Khalìl rievoca tutta la sua storia e quella delle persone che ha conosciuto. Younès ha dedicato la sua vita alla resistenza palestinese, militando in al-Jihàd al-Muqaddas, nelle Milizie partigiane arabe, in al-Fatah. Così in quella piccola stanza di ospedale si dipana, giorno dopo giorno, l’intera storia del popolo palestinese dalla cacciata dalla Galilea nel 1948 agli accordi di Washinton del 1993.

porta_soleMa questa narrazione è tutt’altro che lineare e cronologica. I ricordi affiorano in un flusso di coscienza libero, in una furia narrativa che serve a scacciare il silenzio, la dimenticanza, la morte. Khalìl riporta diverse versioni della stessa vicenda, smentisce le sue stesse parole, torna indietro per aggiungere un episodio, inserisce aneddoti magici e surreali, e dà voce ad una molteplicità di donne e uomini incontrati da Younès nella sua vita avventurosa.

Nelle pagine de La porta del sole si incontrano moltissimi personaggi, ma manca un quadro complessivo. Come se si volesse suggerire che è impossibile fare una narrazione oggettiva e definitiva di questa vicenda, così come è impossibile dare un giudizio su di essa. Si possono solo raccontare le piccole, tragiche, sorprendenti e commuoventi storie dei singoli: dei sopravvissuti e dei morti, dei fedayyin e degli ebrei, delle mogli e delle nonne, dei traditori e degli accattoni, dei sommersi e dei salvati.

E al centro di questo mosaico di vite spezzate c’è il massacro di Shatìla, fulcro dell’intera storia palestinese e grumo attorno a cui si condensa tutto il dolore e la tragedia di un popolo. Quando una troupe francese, discepoli di Jean Genet, giunge in Libano per raccogliere materiale per una produzione teatrale su Shatìla, essi si rendono conto di avere a che fare con un evento al di là della loro comprensione, al di là della loro arroganza intellettuale, al di là dei loro intenti umanitari. Shatìla non può essere oggetto di spettacolo.

La storia palestinese non è solo la tragedia di un popolo decimato fisicamente, ma di un popolo mutilato perché privato della patria. Un popolo alla deriva, che ogni giorno deve creare nuove narrazioni per rimanere in vita e ricordarsi di sé.

Ma ti pare che possiamo costruire la nostra patria basandoci su queste storie enigmatiche? E perché noi dobbiamo costruirla? Gli esseri umani ereditano il loro paese così come ne ereditano la lingua. Perché soltanto noi, fra tutti i popoli della terra, per non perdere tutto e piombare in un eterno sonno, dobbiamo quotidianamente inventarci la nostra patria?

Eppure Younès e Khalìl non lottano in nome della patria, ideale sfuggente e impalpabile: lottano in nome dell’amore.

La Palestina non è una causa. Sì che lo è, in un certo senso, però anche no, perché la terra non si sposta. Questa terra resterà. Non è questione di chi la governerà, tanto governare la terra è un’illusione. Io, mio caro, non ho combattuto per la Storia; ho combattuto per la donna che ho amato.

Le donne di La porta del sole sono figure straordinarie: salde e passionali, poetiche e sagge. C’è la fedayyin Shams, dal passato doloroso e dal grande coraggio, la cui morte toglie a Khalìl ogni desiderio di vivere e lo rende un reietto e un fuggitivo. Ma soprattutto c’è Nahìla, la moglie di Younès. Nahìla è molti personaggi insieme: è la donna che grida disperata al funerale del marito che sa ancora vivo, la donna che dichiara di essere una puttana pur di negare di star aspettando il figlio di Younès, e infine la donna che incontra il marito clandestinamente nella grotta di Bab-Al-Shams. Bab-Al-Shams, non la Palestina, è la vera patria di Younès, il luogo dove lui può essere libero, felice e in pace con sé stesso. Ed è qui che il viandante nelle terre del Libano può trovare un attimo di ristoro e di serenità: non in un luogo fisico, ma in uno spazio dell’animo dove si coltiva l’amore.

Elias Khoury è nato a Beirut nel 1948. Ha scritto diversi romanzi, pièce teatrali e saggi. E' stato direttore del supplemento culturale del quotidiano libanese Al-Nahar.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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