Un regno di pietre urlanti: l’Armenia di Aksel Bakunts

Armenia. Un nome che evoca antichità e mistero. È un luogo sfuggente persino nei confini: l’Armenia storica, situata fra il Mar Nero e il Mar Caspio, è dieci volte più grande dell’attuale Repubblica di Armenia, nata con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, senza accesso al mare e stretta fra quattro diversi Stati. Il simbolo storico della nazione armena, ovvero il monte Ararat, su cui si narra si sia arenata l’arca di Noè, è oggi in territorio turco. L’Armenia ha subito la dominazione di Romani, Persiani, Turchi e Russi. Il suo popolo è stato vittima di un terribile genocidio. Ma nonostante tutto ciò, gli armeni hanno sempre mantenuto una salda identità etnica, linguistica, politica e culturale. Oggi degli 8 milioni di Armeni, solo 3 milioni vivono nella propria patria. Per questo l’Armenia ispira in primo luogo un sentimento di nostalgia, ma anche un anelito di libertà.

copertina_armeniaNel mio viaggio ho deciso di non fermarmi nelle grandi città, nella Yerevan moderna, deturpata dalla gentrificazione e da una politica edile scellerata. Invece mi sono lasciata guidare da Racconti dal silenzio (Guerini e Associati) di Aksel Bakunts nel «regno di pietre urlanti» dell’Armenia rurale.

Ho visitato innanzitutto le rovine di Kakhavaberd. La rocca racconta di un passato glorioso, ma oggi «sulle mura appaiono dei cespugli, la cima della torre è piegata e le mura sprofondano per metà nel terreno». Qui incontro un poeta che si perde nel ricordo lontano di una donna amata. Questa nostalgia per amori fugaci e perduti è un sentimento che accomuna molti personaggi, quasi un'eco della malinconia per la patria a lungo negata.
Poi mi ritrovo in un campo di granoturco, dove le foglie sfregano in un cozzare di sciabole. Zio Dilan pesta l’uva in un catino, e il suo sangue giovane ribolle nelle vene come vino schietto. Due ragazzi giocano in un ruscello spruzzandosi a vicenda: il loro amore trilla come una rondine. Un uomo si inoltra nel bosco alla caccia di un fagiano, superando le querce ritorte che segnano il confine dei campi come mute sentinelle. Ogni particolare del paesaggio racconta una storia e un sentimento, e allo stesso tempo la presenza umana si trasfigura in elemento naturale, in una fusione panica ricca di echi e corrispondenze.
Ma è a Mthnadzor che comprendo la vera terribilità della natura armena. «Mthnadzor è un mondo a parte, non basta dire vergine e selvaggio». E’ una selva popolata da lupi, orsi e cinghiali, dove la luce del sole penetra a stento. In questa foresta scopro il terrore arcano che coglie l’uomo nello scontro impari con una fiera.
Poi sono ospite di nonno Arthin, un uomo buono e ignaro del male, vittima della sua stessa ingenuità. Infine mi ritrovo nel paese di Simon, un villaggio di pietra celato nella montagna «come un nido d’aquila». L’universo di Simon ha per confini le colline all’orizzonte, ma sarà proprio dal mondo esterno a venire un ordine terribile: la consegna all’esercito di tutti i cavalli, compreso Tsolak, che per il contadino è insostituibile e amato quanto un figlio.
Non sono le belve feroci di Mthnadzor, ma il giogo zarista a minacciare questo popolo rurale: i commissari e i funzionari statali incombono con le loro punizioni crudeli e ingiustificate. Ma di fronte ai soprusi, le vittime rispondono con il silenzio e la sottomissione. Per loro la ribellione è inutile: hanno imparato a piegarsi e andare avanti, seppure con più amarezza e disillusione. Sono persone semplici, ma dalla tempra dura.

Bakunts, con la sua scrittura densa di poesia e pietà, dà voce a quella classe rurale in cui si esprime il vero spirito del popolo armeno: un popolo che sa resistere alle avversità e mantenere la propria identità attraverso le epoche e le difficoltà.
Dell’Armenia, ricorderò il tintinnio argenteo dei monili delle sue donne, le cime brulle delle montagne punteggiate di cespugli di rosa canina, una coccinella nascosta in una viola alpina, il richiamo di una giovenca alla sua mamma, il profumo di turchese di una giovane sposa. E la commuovente capacità di sopravvivenza e la sapienza arcaica del suo popolo.

Aksel Bakunts è nato a Goris (ex-URSS, territorio armeno) nel 1899 ed è caduto vittima delle purghe staliniane nel 1937.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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