Costellazioni: unisci i punti per trovare te stesso

Da «per aspera ad astra» a «le stelle sono tante, milioni di milioni»: gli astri sono uno dei soggetti più inflazionati di letteratura, arte, poesia, cultura. Infinite parole si sono spese su quei puntolini luminosi appesi al cielo notturno. Eppure vi siete mai chiesti quale sia il motivo profondo del fascino del cielo stellato? La ragione per cui per millenni l’uomo ha sentito il bisogno di fermarsi e alzare lo sguardo, come attirato da un magnetismo ancestrale? Che messaggio sembrano lanciargli le stelle mute e remote?

La prima reazione di fronte al cielo notturno è sempre una vertigine allo stomaco: non c’è più niente a frapporsi fra te e l’infinito, il misterioso, l’insondabile. Si avverte quel senso di piccolezza, di impotenza, di ingenuo e ancestrale stupore suscitato dal riconoscimento di una forza sovrumana, inesplicabile. «Poiché infine che è mai l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, una via di mezzo fra nulla e tutto» Ci ricorda Pascal nei Frammenti.

Ma dinanzi allo spettacolo sublime del firmamento l’uomo comincia anche a chiedersi quale sia la sua origine, natura, struttura. Tenta di ordinare e razionalizzare l’infinito e il misterioso. Oppure, mosso dal medesimo desiderio di comprendere, riempie il cielo di storie e immagini, associando ad ogni manciata di stelle un mito e trasformando la volta celeste nel più colossale e meraviglioso poema mai scritto. E queste due interpretazioni non confliggono. Qui sta l’autentica magia degli astri: sapere che quei punti luminosi sparsi su una semisfera nera sono ammassi di idrogeno ed elio arroventati da miliardi di reazioni di fusione termonucleare non toglie nulla alla verità altrettanto valida che esse sono semidei gemelli, una ninfa tramutata in orsa e inseguita da una muta di cani, le gocce del latte sgorgato dal seno di Era, oppure una fanciulla indomita come in Stardust, di Neil Gaiman.

Questa è la filosofia, a cui non basta né la sola conoscenza scientifica né la sola fantasia ed immaginazione, e per questo trova nell’osservazione del firmamento il suo stimolo più alto. «I primi filosofi erano astronomi. Il cielo rammenta all’uomo il suo destino, gli rammenta che non è chiamato solo ad agire, ma anche a contemplare» dice Feuerbach nell’Essenza del cristianesimo. E Kant aggiunge con la sua perentorietà teutonica: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente […]: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.». Confrontarsi con l’infinito del cosmo ci porta a rivolgere lo sguardo all’abisso speculare che si apre dentro di noi, a interrogarci con altrettanto sgomento e scrupolo sulla nostra identità, essenza, scopo.

Guardare le stelle è l’atto che per eccellenza nobilita l’uomo: lo riscatta dalle tenebre dell’abiezione e della bestialità, in cui sprofonda inevitabilmente quando smarrisce il desiderio di comprendere se stesso e il mondo e la creatività che la contemplazione della volta celeste gli trasmette. «E quindi uscimmo a riveder le stelle.» Sospira Dante al termine della sua terribile discesa nelle viscere infernali. Rivedere le stelle significa riconquistare una condizione di piena dignità umana, significa ritrovare se stessi al proprio grado più alto, in armonia con il cosmo.

Viola Bianchetti

Viola Bianchetti

Ha un’identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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