Eredità: oracoli, sangue e memoria.

“Tuo figlio ti ucciderà e sposerà tua moglie.” Non è una cosa carina da dire, neanche per gli standard dell’oracolo di Delfi. Però Laio se l’è andata a cercare: per ben tre volte Apollo lo aveva ammonito di non procreare, ma lui proprio non ce l’ha fatta a stare lontano dalla moglie Giocasta. Ha disubbidito alla divinità e per questo viene punito, non solo lui ma tutta la sua stirpe, che in poche generazioni si estingue drammaticamente. Edipo, il figlio, realizza il nefasto oracolo inconsapevolmente, ma quando infine scopre la verità, e la moglie Giocasta si impicca non potendo sopportare di aver compiuto un incesto, si acceca e finisce i suoi giorni mendico e esule a Colono. I suoi figli non hanno un destino più fortunato: i fratelli Eteocle e Polinice, rivali per il trono, si uccidono a vicenda, ma quando il nuovo re Creonte nega la sepoltura a Polinice, colpevole di aver attaccato Tebe, la sorella Antigone si oppone e per questo viene condannata a morte.

A volte la tragedia greca mi mette di fronte a questioni talmente lontane dalla mia mentalità da risultarmi incomprensibili. Una di queste è il meccanismo per cui le colpe dei padri si trasmettono ai figli. Sono abituata a pensare che ogni individuo sia autonomo e artefice del proprio destino, e che la famiglia, per quanto importante, non debba impedire o vincolare le nuove generazioni. Sofocle insegna invece che un’intera progenie è condannata al dolore perché il proprio antenato ha disubbidito a un dio.

Eppure più rifletto sui tragici greci più mi rendo conto che tutto ciò che raccontano appartiene intimamente alla mia cultura, senza eccezioni. In questo caso è stato Cent’anni di solitudine a farmi comprendere meglio l’Edipo Re. Anche lì c’è una famiglia, i Buendìa, che attende l’avverarsi di una maledizione, la nascita di un figlio con la coda di porco, anche lì c’è un incesto, anche lì c’è un fato comune che inviluppa un’intera stirpe. Nel piccolo universo di Macondo i destini si ripetono, mai identici ma sempre simili, in un gioco di specchi in cui si smarrisce il senso del tempo. Ogni nuovo nato porta nei geni una storia, e non può che assecondare la propria natura e ripercorrere i passi dei padri. Non si tratta di oracoli, di maledizioni o di colpe, si tratta di essere consapevoli del proprio posto nel mondo e del significato del proprio nome. Non si tratta di destino, ma di sangue e di memoria.

Eppure, anche dopo aver letto Marquez, c’era qualcosa che mi sfuggiva. Ogni tanto mia nonna prendeva il vecchio album di fotografie e cominciava a sfogliarlo insieme a me, indicandomi i nomi e il grado di parentela di ogni volto come a volermi dire “ecco, questo è ciò da cui provieni”. Ma io in passato rimanevo perplessa: mi sembrava impossibile di essere in qualche modo legata a quelle persone sconosciute e in gran parte sepolte da tempo: io sono quello che ho deciso di essere, e non ho nulla da spartire con loro.

Infine ho letto Ogni cosa è illuminata. Grazie al viaggio di Jonathan attraverso l’Ucraina, nella ricerca utopica e commuovente di Trachimbrod, villaggio di ebrei raso al suolo dai nazisti, e di Augustine, la donna che potrebbe aver salvato suo nonno, con solo una fotografia sbiadita come indizio, ho capito l’importanza di conoscere le proprie radici.

Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… dall’interno guarda l’esterno, come dici tu alla rovescia…

Jonathan non ha debiti da saldare o colpe da espiare, sente solo il bisogno di trovare conferma della propria identità, di riconoscere la storia della propria famiglia come parte intima di sé.

Ognuno porta in sé la memoria dei propri antenati. Ognuno costruisce il proprio futuro su fondamenta gettate da altri, questo non è un impedimento, ma un fattore di cui si deve tenere conto se si vuole agire in modo consapevole.

La critica sottolinea come in Sofocle Edipo scelga di diventare cieco e mendico, e come in Eschilo Eteocle scelga di scendere in campo contro Polinice, pur sapendo che soccomberà. Si tratta di decisioni autonome e indipendenti, ma allo stesso tempo consce del proprio retaggio e del proprio ruolo. Non si tratta di destino, ma di sangue e di memoria.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

1 Commento
  1. Edipo sceglie di diventare cieco e mendico, Eteocle sceglie di scendere in campo contro Polinice, pur sapendo che soccomberà…per me, quello che può fare la differenza è la parola “scegliere” e lo spirito con cui si opera quella scelta….da quel momento in poi creiamo la “differenza”.
    Edipo non sapeva che Giocasta fosse sua madre, quindi era incolpevole, dopo il fatto aveva varie opzioni ed è in quel scegliere che, secondo il mio punto di vista, possiamo operare cambiamenti e fare della vita la nostra vita…