I luoghi hanno una memoria

Tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero vivere in un appartamento condiviso. In uno di quei quadrilocali che in realtà sono bilocali con pareti divisorie, senza un soggiorno vero e proprio, dove c’è sempre qualcuno sotto la doccia e sempre qualcuno che cucina (spesso piatti dagli odori incredibili), dove il corridoio sembra la banchina di una stazione ferroviaria  e dove nell’ingresso campeggia una montagna di scarpe sporche e babbucce deformi. Sì, vivere in un posto simile è una sfida unica. Ma la cosa più straordinaria di molti appartamenti studenteschi è la loro storia. La mia vecchia casa deve aver ospitato una serie incalcolabile di studenti, tirocinanti, volontari e squattrinati di vario genere, e ogni angolo reca il segno di un qualche inquilino precedente: un poster personalizzato con fumetti scherzosi, una mappa di Parigi appesa nella toilette, una bacheca colma di biglietti di concerti, adesivi di eventi, spille di iniziative e associazioni, un pupazzetto colorato appeso alla porta, fotografie sbiadite nella cornice di uno specchio, persino una parete con la scritta “in memoriam” e una serie (inquietante o scherzosa?) di firme. Nomi sconosciuti, ricordi indecifrabili, frammenti di vite che hanno animato le stesse pareti entro le quali ora io dormo, cucino, studio, leggo, vivo. Solo ora capisco che cosa significa che i luoghi hanno una memoria.

Mi sembra di vivere nella Casa descritta da Marjam Petrosjan  ne La casa del tempo sospeso: un istituto speciale che accoglie ragazzi fuori dalla norma, ma soprattutto un luogo magico, dove una comunità di adolescenti emarginati dal mondo “comune” e segnati da una diversità ha costruito un universo a parte, con regole autonome, con una storia e una mitologia proprie. Le pareti della Casa sono completamente ricoperte di graffiti, disegni, parole, in un labirinto di significati e storie intrecciati fra loro. Ogni stanza riflette l’identità del gruppo di ragazzi che la abita: una è colma di piante, una sporca all’inverosimile, una ricoperta di specchi, una metallica e glaciale, una insonorizzata da confezioni di uova… Ogni particolare reca un messaggio.

E quando una casa è testimone di un fatto tragico non può che serbarne il funesto ricordo per sempre. Come l’Overlook Hotel, marchiato da una scia di sangue che non può interrompersi ed esige sempre nuove vittime, nuova follia, nuovo dolore, come imparerà Jack Torrance e la sua famiglia. Come la Casa degli Usher, che in una notte di tempesta prende vita, geme e infine crolla sotto il peso della morte tragica e sinistra di Lady Madeleine, seppellita incautamente nei sotterranei.

Poi ci sono case che esistono solamente per conservare la memoria di un passato ormai perduto, ultimi baluardi di fronte allo scorrere del tempo e alla distruzione operata dagli uomini. Sto parlando della casa di Lista, relitto di Trachimbrod, il fantomatico shtetl al centro della ricerca di Jonathan in Ogni cosa è illuminata. L’anziana, ultima superstite del villaggio raso al suolo in un pogrom, ha collezionato ogni singolo oggetto che potesse ricordare Trachimbrod e i suoi abitanti, lo ha classificato e immagazzinato finché la sua piccola capanna non è diventata un impressionante museo, dove pulsa la vita polverosa e fragile dei ricordi.

Non posso vivere in questa casa ignorando il suo passato: la mia esistenza si inserisce in una lunga storia, e ogni segno che lascio arricchisce un mosaico di vite che si sovrappongono senza mai incontrarsi. Chissà chi è il ragazzo che ha attaccato quella cartolina alla parete. Chissà a chi appartiene il sangue nella stanza 217. Chissà quali orrori si nascondono in cantina. Chissà chi ha disegnato quella tigre sul soffitto della stanza di Tabaqui. Chissà chi è la ragazza che sorride nella foto di Jonathan. Forse Augustine?

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

4 Commenti
  1. Quanta poesia! Ho trascorso quattro anni a Pisa e mi rispecchio esattamente in quello che dici. Nella mia casa c’era una vecchia caffettiera napoletana risalente ad almeno dieci anni prima, un poster di Marilyn Monroe appeso alla porta di una stanza, Il pupazzo di una volpe appeso alla porta d’ingresso, un abbonamento all'”Internazionale” (che continuò ad essere recapitato fino a sei mesi dopo il trasferimento della sua titolare), un naso da clown, un altro a forma di obiettivo fotografico, un bruco giocattolo di quelli che se gli dai la corda striscia, una collezione di vecchissimi fumetti di Dago e Lanciastory, una collezione enorme di vecchi cd masterizzati di classici rock e un vecchio frullatore. Ci arrivavano bollette intestate a persone che non ho mai visto e gli altri inquilini del palazzo ci accusavano di essere degli ubriaconi festaioli a causa di un vomito rinvenuto nell’ingresso del palazzo circa due anni prima che io e i miei coinquilini affittassimo l’appartamento.
    Col tuo post mi hai davvero emozionato! Grazie!