Il terzo occhio dell’immaginazione

Se vi capita di attraversare un bosco di notte, attenti al mostruoso hidebehind: una rara creatura notturna che si nutre delle viscere delle proprie vittime. Nessuno saprebbe descrivervi che aspetto abbia, perché l’hibehind ti segue sempre alle calcagna, silenzioso, e quando ti volti si nasconde dietro di te tanto velocemente da non permetterti di vederlo. O almeno questo racconta Borges nella Zoologia fantastica.

Avete mai riflettuto sul fatto che il nostro campo visivo è limitato? Mentre gli altri sensi possono esplorare l’ambiente a trecentosessanta gradi, proprio la vista, quello per noi più importante, può coprire solo una porzione dello spazio circostante. C’è sempre una parte di mondo che sta alle nostre spalle e che non possiamo vedere. Girando il capo possiamo farci un’idea dell’ambiente nel suo complesso, ma si tratta pur sempre di un’astrazione: che cosa mi assicura che mentre io mi volto per sapere che cosa c’è dietro di me, ciò che prima avevo davanti agli occhi non cambi? E che cosa mi assicura che quando guardo di nuovo diritto il mondo dietro la mia schiena non si modifichi? La ragione, il buon senso, l’abitudine ci illudono di conoscere tutto ciò che ci circonda. Ma in certi momenti in cui la logica si allenta, diventiamo vittime di inquietanti suggestioni e cominciamo a chiederci: che cosa si nasconde in quella parte buia del mio campo visivo?

L’uomo deve per natura dubitare della veridicità della sua percezione del mondo perché gli manca un occhio dietro la testa. Questo deficit da un lato lo rende vulnerabile e fallace, dall’altro gli dona l’immaginazione: se potessimo vedere tutto, fantasticare sarebbe un atto da folli, da visionari allucinati.

Quando poi l’uomo si interroga sulla sostanza ultima delle cose, sulla realtà autentica, si scontra inevitabilmente con questo ostacolo: possiede dei sensi insufficienti ad esplorare il mondo nella sua completezza, e avverte che la risposta a tutto si trova sempre al di fuori del suo campo visivo, acquattata alle sue spalle. Sarà un mostro spaventoso o una rivelazione meravigliosa?

Nel celeberrimo mito della caverna, Platone propone un’allegoria della condizione degli uomini: prigionieri incatenati in una spelonca, in grado di vedere solo le ombre proiettate da delle statuette, le quali imitano malamente le vere cose, che si trovano all’esterno, nel “mondo delle idee”. Gli uomini credono che quelle ombre siano l’unica realtà, e solo se si voltassero si renderebbero conto che il loro mondo è un teatro di burattini, e, scoperto l’inganno, potrebbero uscire dalla caverna e contemplare la verità delle cose. Ma non possono perché sono “incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo”. Platone precisa che l’uomo non può conoscere la verità perché non può voltarsi: ma chi mi dice che anche se potesse girarsi, la realtà delle cose non si sposterebbe alle sue spalle, come un inafferrabile hidebehind?

Del resto voler svelare la verità scoprendo che cosa si annida nell’area cieca alle nostre spalle può dimostrarsi un peccato terribile, un atto di tracotanza. E’ quello che è successo a Orfeo, il quale a causa del suo desiderio di vedere e di sapere ha perso l’amata Euridice per sempre.

Che io sappia, uno solo è riuscito a voltarsi così velocemente da vedere l’hidebehind, da vincere I limiti del campo visivo e guardare in faccia la realtà. Si tratta di Montale, che descrive questo fatto straordinario in “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”. Il poeta racconta: “rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:/il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro /di me,”. L’apparenza si infrange e la verità si manifesta, ma tale rivelazione non è altro che il vuoto, il nulla alla radice dell’esistenza. L’hidebehind è più mostruoso dei nostri peggiori incubi, e ci grida in faccia che tutta la nostra vita si fonda su un nulla senza senso, senza scopo, senza finalità, senza salvezza. O almeno questo è quello che vede un grande poeta nel 1923. In fondo, se I prigionieri di Platone, nel IV sec a.C., si fossero voltati, avrebbero visto lo splendore delle idee, perfette, eterne, immutabili.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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