Diagonali / Scritture (troppo) opache
Il modo migliore per valutare la bontà di un cameriere, è notare se il suo aprire una bottiglia di vino e versarla influenza, o addirittura inibisce, la conversazione a tavola. Di solito è così: mentre lui fa tutte queste cose, si sta zitti e ci si guarda negli occhi finché non se ne va. E invece i camerieri migliori sono quelli che passano, ti servono, non te ne accorgi ma ne noti lo stile.
Così, spesso, deve essere la scrittura. E quando così non è, sale un’irritazione pari a quella per una macchia di vino sulla camicia, infausta conseguenza di un inciampo del povero cameriere. Nella Diceria dell’untore Bufalino usa una scrittura ingombrante, invadente, che ti (dis)toglie il fiato e ti distoglie dalla storia. Formule come: “una poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili”, “le metafore dell’emottisi”, “i quagli petrosi del suo difficoltoso emuntorio”, sono tutte nella stessa pagina. La scrittura è troppo opaca e pone un filtro tra il lettore e la storia.
E poi, che cazzo sono le emottisi? E un quaglio?
Gesualdo Bufalino – Diceria dell’untore. Bompiani, 190 pp.
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I vocabolari stanno lì apposta. Io sono dell’opinione esattamente opposta: basta con questi libri che sembrano scritti da bambini di terza elementare! Allora cosa facciamo, gettiamo alle ortiche anche Carlo Emilio Gadda bollandolo come vecchio trombone?