Scritture (troppo) opache

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Il modo migliore per valutare la bontà di un cameriere, è notare se il suo aprire una bottiglia di vino e versarla influenza, o addirittura inibisce, la conversazione a tavola. Di solito è così: mentre lui fa tutte queste cose, si sta zitti e ci si guarda negli occhi finché non se ne va. E invece i camerieri migliori sono quelli che passano, ti servono, non te ne accorgi ma ne noti lo stile.

Così, spesso, deve essere la scrittura. E quando così non è, sale un’irritazione pari a quella per una macchia di vino sulla camicia, infausta conseguenza di un inciampo del povero cameriere. Nella Diceria dell’untore Bufalino usa una scrittura ingombrante, invadente, che ti (dis)toglie il fiato e ti distoglie dalla storia. Formule come: “una poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili”, “le metafore dell’emottisi”, “i quagli petrosi del suo difficoltoso emuntorio”, sono tutte nella stessa pagina. La scrittura è troppo opaca e pone un filtro tra il lettore e la storia.

E poi, che cazzo sono le emottisi? E un quaglio?

Gesualdo Bufalino – Diceria dell’untore. Bompiani, 190 pp.

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

2 Commenti
  1. I vocabolari stanno lì apposta. Io sono dell’opinione esattamente opposta: basta con questi libri che sembrano scritti da bambini di terza elementare! Allora cosa facciamo, gettiamo alle ortiche anche Carlo Emilio Gadda bollandolo come vecchio trombone?

  2. Un conto è incontrare parole che non si conoscevano e controllarle sul dizionario, così da imparare qualcosa di nuovo.
    Un conto è rendere impervio un libro intero riempiendolo di esercizi lessicali incomprensibili. C’è una bella via di mezzo.

    Io non ho mai letto libri scritti da bambini di terza elementare, ma c’è modo e modo di giocare con la lingua e impegnare il lettore in questo senso, come Queneau e anche come Gadda che, se ci pensi bene, è tutt’altra roba.

    E ovviamente, ma credevo che non ci fosse neanche bisogno di specificarlo, l’epiteto trombone è solamente declinazione dell’approccio ironico che vogliamo dare qui alla letteratura, cercando almeno un pochino di liberarla da quel manicheismo che tu hai appena rappresentato.