Veggenti

«Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente» scrive Rimbaud nella Lettera del veggente. Per i decadenti francesi, il poeta è colui che sa vedere oltre, cogliere relazioni inaspettate, percepire una verità ulteriore. Il suo compito è di riportare alla luce un messaggio da un abisso oscuro che lui solo sa esplorare «mediante un lungo, immenso, ragionato disordine dei sensi», un allenamento del corpo e della mente a una maggiore percettività e visionarietà. Quello dei poeti decadenti è un tentativo estremo, disperato, artificioso di mettersi in contatto con una verità ulteriore.

Solo qualche secolo prima non c’era bisogno di alcun artificio per fare poesia. Pensiamo a Dante: leggendo la Divina Commedia si ha la netta sensazione che egli abbia visto e vissuto tutto ciò che descrive, senza dover inventare nulla. Il suo oltretomba è quanto di più concreto possa esistere: possiede una razionalità interna e un’evidenza logica tale da rendere indubitabile la sua esistenza. Si ha la stessa impressione ammirando le figure mostruose e le rappresentazioni bibliche nelle chiese medioevali: uno scalpellino dell’anno mille non aveva l’immaginazione necessaria per concepire demoni del genere, infatti lui li vedeva davvero, nella sua quotidianità. Gli accademici parlano di pensiero allegorico medioevale: ogni particolare del mondo terreno rimanda ad un significato trascendente del tutto evidente ed immediato.

Anche la poesia greca è ricca di epifanie divine. La mia preferita è l’ode Ad Afrodite, in cui Saffo da una parte racconta le sue pene d’amore e Afrodite dall’altra offre affettuoso aiuto. La spontaneità e sincerità della poesia rendono evidente che per Saffo si tratta di un’esperienza del tutto reale, e nemmeno così straordinaria.

E poi cos’è successo? Perché i decadenti per intuire la verità devono «fare l’anima mostruosa» e sperimentare «tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia»? Perché ciò che era un tempo naturale, il contatto con il trascendente, è diventato appannaggio di pochi folli e maledetti? Perché abbiamo smesso di vedere?

Ad un certo punto della storia la materia si è fatta silente. È quello che Weber chiama “disincantamento del mondo”, la fine della teologia e della metafisica, dovuta alla tendenza a dare a tutto una spiegazione scientifica e tecnica. Ma la scienza, pur essendo in grado di rivelare innumerevoli meccanismi naturali, non riesce a dare una risposta alle domande fondamentali: che cosa dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere? Quindi l’uomo ha perso la capacità di vedere, ma non ha acquisito in cambio alcuno strumento per interpretare il reale.

È finita l’epoca dei veggenti, in cui il divino era presente in mezzo a noi e la verità ci era data di fronte agli occhi. Il poeta non può più affidarsi alle visioni, all’intuizione miracolosa di un significato. Non può più cantare né Dio, né la Scienza, né l’Uomo.

Eppure io credo che la poesia possa ancora dare delle risposte. Forse ciò che resta al poeta è rivolgersi all’ultimo ambito sincero e autentico: i rapporti umani, i legami fra persone, i gesti e i sentimenti quotidiani, alla ricerca di un senso che sappia sottrarre l’esistenza all’insignificanza.

Viola Bianchetti

Ha un’identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

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