Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista ecco ciò che importa.

Quando penso a Dino Campana mi si stringe sempre un po' il cuore. E penso, ogni volta, che sarebbe stato bello se avesse scritto di più, se fosse vissuto più a lungo, se ci avesse regalato un enorme romanzo sui manicomi. Come fece la Merini, avrebbe potuto sfruttare la sua condizione, la sua follia, raccontandosi e raccontandoci i propri giorni, anziché passare metà della sua vita a insultare a destra e a manca gli intellettuali del suo tempo.

Certo, aveva i suoi buoni motivi per essere furibondo, per esempio il fatto che Papini e Soffici avessero perso l’unica copia esistente della sua opera, che Campana dovette riscrivere ex-novo sulla base di appunti, ricordi, reminiscenze oltre a, immagino, una buona dose di invettive e parolacce. 

Papini lo definì il “poeta pazzo”, e di certo non scoprì l’acqua calda. In molti lo appellarono folle, dentro e fuori dagli ospizi, sia tra le mura ospedaliere che nelle città dove egli visse, Bologna e Firenze in primis. E lo stesso Campana, pur tentando di sviare il discorso con un «Mi volevano matto per forza», sa bene che la sua malattia è reale. Sa di essere “strano”, un’anima in pena che mai trova pace, se non partendo in solitaria e vagabondando in giro per l’europa, facendo perdere le proprie tracce. Nei Canti Orfici, del resto, si legge «Ero libero, ero solo» e come dargli torto?

Un disagio e un’angoscia che vissero con lui dai 14 anni; da allora una sorta di necessità di scappare, scoprire, vagabondare, capire cosa fare della propria esistenza, amare perdutamente tante donna, Sibilla Aleramo più di tutte, insultare scrittori e amici, che a tratti lo capivano, a tratti lo deridevano; scrivere, strappare, ripartire. Nominò il viaggio come sua cura personale, dato che il bromuro non sortì gli effetti desiderati. Ed era, principalmente, una vittima della Noia. I giorni che si susseguono, mai uno uguale ad un altro per molti ma per lui sì, tutti fatti allo stesso modo di nevrastenia, schizofrenia, dedizione all’alcool, alienazione, deliri di persecuzione. Lo definì lui stesso un male oscuro che gli impediva di stare in alcun posto, che lo obbligava a partire. Alla ricerca di un faro, di pace, di nuove avventure. 

Una sola opera, i Canti Orfici, nati dalle ceneri del perduto Il più lungo giorno, ritrovato solo nel 1971 tra i documenti di Soffici morto qualche anno prima, in cui prosa e poesia si mescolano regalando immagini oniriche, piene di visioni e di colori, attraverso i temi del sogno, della notte e del viaggio. Un carteggio con l’Aleramo da togliere il fiato, lo specchio di un amore complesso, iracondo, violento, passionale da strapparsi il cuore.

Ma come partire? La mia pazzia tranquilla quel giorno lo irritava. La paralisi lo aveva esacerbato. Lo osservavo. Aveva ancora la faccia a destra atona e contratta e sulla guancia destra il solco di una lacrima ma di una lagrima sola, involontaria, caduta dall’occhio restato fisso: voleva partire.

 

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