Benvenuti a "Dissenno del poi", la rubrica che c'è un martedì sì e uno no e prova a raccontare la mente e le manie di certi scrittori matti/strani/pittoreschi, e che proprio perché tali conquistano il nostro cuore.
* * *
Quando si parla di scrittori pazzi, Virginia Woolf probabilmente avrà la coccarda appiccicata sul golfino inglese da qui all’eternità.
Esaurimenti nervosi, crisi depressive, sbalzi d’umore, emicranie forti da costringerla a letto per mesi, ansia, fobie, psicosi, stati maniacali. Per non parlare di bipolarità e di allucinazioni uditive, delle quali rideva e si prendeva gioco. Se alcuni di voi fossero preoccupati per la propria ciclotimia e volessero adottare la tecnica del “guarda chi sta peggio di te” questo è il momento che vi farà uscire vincenti. Perché nessuno può battere Virginia quando si parla di follia.
Eppure nessuno (o quasi) seppe come lei farsi gioco della propria insania fino al punto da considerarla il suo migliore stato, il miglior orto per la sua scrittura. E se è vero che l’emicrania e gli stati depressivi la costringevano a letto e le impedivano di produrre è altrettanto vero che fossero le forme che più la ispiravano. Usciva dalle acque torbide del dolore piena di idee, rinforzata da visioni avute nei momenti meno probabili. Ecco nei Diari la propria gioia nell’essere «di nuovo padrona della mente»; «finalmente dopo due mesi di malattia spaventosa – credo di non essere mai stata così vicina al baratro – sono di nuovo a galla», scrive. Eppure in una lettera all’amica Ethel Smyth racconta: «Come esperienza, la pazzia è formidabile, te l’assicuro, e non da guardare con disprezzo; e nella sua lava vi trovo ancora la maggior parte delle cose di cui scrivo. Ti fa proiettare ogni cosa in una sua forma precisa e definitiva, non in pezzettini, come avviene a mente sana». Sono i mesi a letto a insegnarle sempre più cose riguardo all’Io, sul quale e dal quale nascono i suoi romanzi, complessi, stravaganti, così pieni di flussi di coscienza da perdere il filo.
La depressione come esperienza suprema. Roba da non crederci.
Virginia piena di dolore e di lutti, di esperienze laceranti e cadute. Virginia e due tentativi di suicidio – di cui uno andato a buon fine – e una vita passata ad aspettare il pericolo: di una guerra, di un incidente al marito Leonard, dei suoi romanzi appena scritti in balìa del mondo e dell’opinione di sconosciuti, dell’opinione di se stessa, così severa con la propria opera. Eppure anche una donna forte, che amava vivere, che partecipava a un sacco di feste. Una donna come tante, che alla fine ha avuto troppa paura di vivere e troppa paura degli eventi che la sua vita stava vivendo: l’Inghilterra in guerra, la sua Londra ridotta a braci.
Virginia Woolf, nei momenti di malattia, sentiva gli uccellini cantare in greco antico. Voi non vorreste sentire gli uccellini cantare in greco? Io non so cosa darei per sentirli, a patto, certo, di avere una sua sola visione e di scrivere mezzo romanzo come uno dei suoi.
Consigli di lettura:
- Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, perché i nostri diari ci dicono chi siamo meglio di qualsiasi biografo;
- Liliana Rampanello, Il canto del mondo reale, perché per la prima volta la Rampanello ha cercato le prove della voglia di vivere della Woolf, anziché quelle di morire.







Ci sono molte, troppe imprecisioni in questo articolo. Prima di chiamare pazzo qualcuno bisogna vedere se non lo si è per primi. Non è un bel pezzo ed è scritto molto molto male.