Scott Pilgrim Vs. The World (Vol. II) di Bryan Lee O’Malley

Ghost World / Scott Pilgrim Vs. The World (Vol. II) di Bryan Lee O’Malley

In due puntate di Ghost World dedicate alla saga di O’Malley, ho glissato su una questione assai importante: Scott Pilgrim è un manga.

La cosa vi apparirà chiara quando e se vi troverete a disporre di una copia fisica degli albi, che nel formato, nei colori e persino nel senso di lettura (molte delle vignette possono essere lette partendo sia da sinistra che da destra) assomigliano ai fumetti giapponesi. E adesso tutti giù a chiedersi: “mbeh, ed è una cosa così rilevante?”. Lo è nel momento in cui viene alla mente quel grande pallone gonfiato di Gerard Genette, che ha parlato di “paratesto”, ossia di ciò che esiste attorno al testo (da para, attorno, in greco). Ecco la definizione così come l’ho reperita su Wikipedia:

Il paratesto è l’insieme di una serie di elementi distinti, testuali e grafici, che sono di contorno a un testo e lo prolungano nel tempo e nello spazio. Questa frangia, dai limiti non sempre definiti, conferisce al testo una sua materialità ed una dimensione pragmatica. Il paratesto viene aggiunto al testo per presentarlo, nel senso corrente del termine, ma anche nel suo senso più profondo, renderlo presente, strettamente collegato alla distribuzione, ricezione e al consumo del testo.

Senza addentrarsi in noiosissimi dibattiti su quanto siano sfilacciati i limiti del paratesto nella specifica forma della graphic novel (ce ne sarebbe, da scrivere), basta dire che sembra esserci una profonda intenzione dell’autore (lo diciamo? INTENTIO AUCTORIS. L’abbiamo detto!) nel confezionare “Scott Pilgrim” in un certo modo, come se ogni singolo personaggio della serie fosse nato per essere futuro oggetto di cosplaying (cosa che poi è successa, eh). Va da sé che, oltre al packaging, anche i disegni condividano una grande quantità di tratti salienti con i manga: gli occhioni rotondi, il rendering iperbolico delle emozioni mediante segni standard (esempio: croci al posto delle orbite per mostrare svenimento o morte), il ricorso a un determinato schema corporeo (la gambe molto grandi, la testa molto piccola).

Non voglio scrivere cazzate non essendo esperta in materia. Comunque l’aderenza a questo registro – assolutamente alieno allo stile americano per antonomasia di Marvel o DC – è una specie di puntatore macroscopico all’alterità di “Scott Pilgrim” rispetto alla scuola stelle e strisce (da cui, pure, prende elementi come il supereroismo o antieroismo). Dopotutto, O’Malley è canadese e in Canada è tutta ambientata la storia. Vicino e lontano dalla grande Aquila dalla Testa Bianca, possiamo azzardarci a dire che essendo la nazione stessa altro rispetto agli Stati Uniti, l’autore abbia creato una specie di ponte tra immaginari distanti.

Ci sarebbero altre considerazioni da fare in merito. Nella graphic novel il Giappone è uno “state of mind”, di fatto. Qualcosa che, come abbiamo visto, passa in maniera obliqua attraverso tutti i possibili livelli di senso. Scoprite venerdì prossimo perché: torneremo a parlare della trama, giuro

Marina Pierri

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