The Walking Dead

”Graphic novel” è un modo come un altro per definire una storia a fumetti, ammesso che abbia un inizio e una fine ben precisa. Ai più schizzinosi tra voi, dunque, preciso subito che The Walking Dead calza e non calza la definizione, essendo oggi arrivata all’albo 89 e non essendo ancora terminata. Nonostante questa mancanza strutturale, la serie presenta i tratti tipici del racconto a fumetti; perciò abbiamo comunque voluto discuterne qui. Inoltre, a meno che non viviate sotto un sasso, saprete che The Walking Dead è diventato una serie televisiva non di grande, ma di enorme successo. Una serie d’autore, in quanto diretta dal regista Frank Darabont, ma anche un “semplice” telefilm sugli zombi (detta in soldoni). Che ne abbiate beccato qualche episodio o meno, è bellissima… e piuttosto differente dal fumetto.

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Nel suo primo editoriale, Robert Kirkman spiega che The Walking Dead non vuole essere una saga horror. E, di pagina in pagina, basta poco per rendersi conto fino a che punto non lo sia.

La cultura pop ha sempre (o quasi) usato gli zombi – non morti diversi e simili ai vampiri nella misura in cui la loro condizione umana cessa (non “muoiono”) – per trattare, in qualche maniera, il tema della sopravvivenza, e come corollario, l’estinzione. Sull’argomento sono stati versati fiumi d’inchiostro fin dall’alba dei tempi e JJ Abrams, con Lost, ha fatto il resto.

Tutto questo è l’oggetto di The Walking Dead. Che non è una saga action: i pochissimi e fugaci incontri con gli zombie sono l’agente di cambiamento per un gruppo di persone di diverse etnie. Ogni occhio che schizza in aria e ogni palata nei denti è una scusa buona per parlare di cose come: che lavoro facevi? dove vivevi? tiravi a campare? mentre ogni discorso sul passato e le preoccupazioni di ieri perde senso.

Come forse avrete già sentito, l’esile spunto della trama tutta (invasione degli zombi) non viene mai motivato nella serie, ma preso come un dato di fatto senza origine, che lo rende doppiamente destabilizzante per chi legge. Pensateci: i racconti mitologici, o quelli di fantascienza (cose assai simili) hanno sempre una genesi piuttosto chiara, così come i loro protagonisti. Per esempio, nei fumetti i supereroi “nascono”: c’è un’esplosione chimica per Dr Manhattan o Daredevil, un alieno per Green Lantern, un ragno per Spiderman e via dicendo. Ora, se questa “nascita” è spesso vicina al concetto di contaminazione, lo stesso si può dire di Walking Dead e molte altre versioni delle storie di zombi. Con la differenza che qui non esiste. Non solo non si vede, ma non viene neanche sfiorata per sbaglio.

Torniamo a Kirkman: la sopravvivenza. Walking Dead è una specie di striptease spirituale. I protagonisti pian piano si spogliano – attraverso la bella e verbosissima sceneggiatura – di tutto quello che li definiva in quanto persone: la ricchezza o la povertà, il senso dell’umorismo o il machismo, una roulotte o una macchina da corsa. E noi siamo lì a guardare chiedendoci “e se capitasse anche a me?”. Resta, e di questo, penso io, parla Kirkman, che la perdita della cultura non è mai una perdita di umanità: se siete pronti a un tuffo nella disperazione, lanciatevi in questi 89 albetti.

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