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I Lunedì Metaletterari / Appropriazione indebita

L’autore di un libro conta qualcosa? La sua biografia, le sue opinioni influenzano la lettura? O meglio, dovrebbero influenzarla? In un milione di piccoli pezzi di James Frey (TEA 2003, 459 pagine 10 euro) è un libro pesante. Due mesi terribili di riabilitazione di un alcolizzato e drogato, che poi sarebbe l’autore, in una famosa clinica di Chicago. Quando è uscito, questo libro è stato accompagnato da un codazzo infinito di polemiche: l’autore lo spacciava per autobiografia quando invece è più o meno inventato tutto di sana pianta. Apriti cielo! Indignazione dei lettori che, attenzione, accusano di aver letto un ignobile falso. Si lamentano per avere letto una finzione camuffata da storia vera.

Stiamo scherzando? A parte che l’obiezione non ha senso perché comunque il libro pretendeva di essere una rappresentazione di una storia vera, dunque una finzione altrettanto “finta”, ma a parte questo, cosa accidenti mi interessa del passato dell’autore? Cosa accidenti mi interessa dell’autore? Il libro non può perdere la sua credibilità a causa di un guaio o una mancanza di chi materialmente l’ha scritto. Il libro è un oggetto culturale che viene affidato all’enciclopedia globale, vi circola e perde qualsiasi paternità, definendosi continuamente nella relazione con i lettori. E questo è un bel libro, nonostante tutto l’inchiostro e il fiato sprecato.

Una precisazione: da una parte c’è l’autore empirico, l’essere umano che verga le pagine di inchiostro, dall’altra c’è l’autore teorico, presupposto dal testo e che nel testo lascia le sue tracce. Grazie a questa dicotomia, ecco che l’autore legittimo di un libro può essere qualsiasi cosa. Anche una città. In Trilogia di New York, meraviglioso libro di Paul Auster (Einaudi 2005, 11 euro), tre racconti diversi tra loro si snodano tra le vie della Grande Mela. Il primo è una manna per chi mastica un poco di filosofia del linguaggio o per chi ha letto Alice nel paese delle Meraviglie, il secondo è zeppo di citazioni colte e divertenti (come la passione per la frenologia di Walt Whitman), per il terzo lascio la sorpresa. Il punto è che tutti i racconti sono chiaramente dei memoir, biografie sottoforma di reminiscenza. E per scrivere un memoir della città di New York, che è la protagonista del libro (e non solo perché è il filo conduttore delle tre storie) bisogna per forza far parlare lei. L’”io” implicito della storia, colui che racconta non è Paul Auster. E’ New York. Questo è il tipo di autorialità che solo deve interessare.  Tuttavia bisogna annoverare un altro livello che invece coinvolge direttamente l’autore empirico: quello della traduzione. Visto che, alla fine della fiera, è il linguaggio che articola il pensiero, le parole sono molto importanti.

Certo tutti sappiamo che la sinonimia perfetta non esiste dunque anche la traduzione perfetta, giocoforza, è altrettanto velleitaria. Ma Umberto Eco, nel suo Dire quasi la stessa cosa (Bompiani 2003, 395 pagine, 21 euro), spiega un’idea che eccede di molto questa considerazione: la traduzione non riguarda solo il passaggio tra due lingue ma, e mi permetto di dire soprattutto, il passaggio tra due culture, tra due enciclopedie. Il problema è quello del riferimento e il traduttore deve salterellare tra il rigore del non cambiare i riferimenti del testo narrativo e il dovere di cambiare i riferimenti del testo per mantenerne l’effetto di senso (si pensi ad esempio al tradurre un gioco di parole in un’altra lingua: probabilmente non si dovrà essere letterali). Non è affatto facile, e ogni lettore di buon senso dovrebbe soffermarcisi un poco e indignarsi del fatto che il nome del traduttore spesso non sia nemmeno citato in copertina, quando invece dovrebbe campeggiare proprio al centro, sotto o a fianco al nome dell’autore.

C’è un caso però in cui scrittore e traduttore sono riconosciuti allo stesso modo, e questo è Esercizi di stile (Raymond Queneau, trad. Umberto Eco, Einaudi, 2005, 238 pagine, 10 euro): novantanove variazioni sul tema di un episodio di sconcertante banalità, novantanove stili diversi per un solo raccontino. In francese e in italiano. Per ciò questo è un libro per metà di Queneau e per metà di Umberto Eco, che l’ha tradotto. E a entrambi deve andare il nostro plauso.

Jacopo Cirillo