ce grossa crisi Cè grossa crisi

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I Lunedì Metaletterari / C’è grossa crisi

Questi sono tempi di crisi. E, come in tutti i tempi di crisi, l’unico mercato che tiene (a parte i beni di sostentamento) è quello del lusso. Il lusso, quello sfrenato, non è mai intaccato dalla recessione. Perché è sì superfluo, ma lo è talmente tanto che cambia statuto, e, per alcuni, diventa indispensabile; un po’ come quando dici a uno: oh sei troppo avanti, talmente avanti che sei tornato indietro. Il lusso è talmente inutile che è tornato indietro.

La stessa cosa succede con i libri.  Il Signore degli Anelli lo hanno letto praticamente tutti. Libro lungo. Lunghissimo. Famoso – anche – per interminabili e minuziose descrizioni di luoghi e persone di cui, opinione popolare, se ne poteva fare tranquillamente a meno. Ma lo stesso Tolkien, a proposito, dice tutt’altro, cioè che “il lettore più critico di tutti, me stesso, ora riesce a vedere molti difetti, grandi e piccoli, ma non essendo sotto l’obbligo di revisionare il libro o di riscriverlo ancora una volta, lascerà che essi rimangano nel silenzio, eccetto per uno che è stato notato dagli altri: il libro è troppo corto.” Il libro, 1380 pagine, è troppo corto. Ci sono talmente tante pagine superflue che divengono indispensabili. E che non bastano mai.

Visto però che la letteratura, come ogni sistema culturale, ammette e incoraggia le contraddizioni, può succedere l’esatto opposto. Friedrich Dürrenmatt, famoso per i suoi Fisici, ha scritto molti racconti nella sua vita, tutti raccolti generosamente da Feltrinelli in un unico volume. Alcuni sono di 10 righe, altri di 60 pagine. I più intelligenti, i più memorabili, sono quelli corti. Corti ad un livello per cui stiamo a contare le parole, più che le pagine di troppo. Un banchiere fallito arriva per sbaglio in una cittadina sperduta in Svizzera, chiama un taxi e il tassista lo lascia in mezzo a una piazza con una bomba innescata in mano. E scappa via.  Il racconto è aperto, nel senso che non finisce. E questa sua germinalità, così opposta agli sbrodolamenti tolkeniani, lo rende incredibilmente affascinante. Da un lato perché usa l’inferenza, cioè quel meccanismo per cui il testo ti fa intendere certe cose senza dirle. Presentando il protagonista come un banchiere fallito, si capisce immediatamente che non ha soldi per pagarsi l’albergo, anche se non c’è scritto da nessuna parte. Tutti hanno capito che il tassista è un attentatore, anche se Dürrenmatt si guarda bene dal giudicarlo. Dall’altro lato, è affascinante perché procede per abduzione, cioè fa ragionare su ipotesi probabili di effetti derivanti da una certa causa. Ipotesi probabili, non logicamente conseguenti. Permette a ogni lettore di finirsi il racconto da solo. Perché il povero banchiere butterà la bomba da qualche parte. E ciò che verrà distrutto potrebbe anche non essere il bersaglio del terrorista. Però il terrorista avrebbe dovuto prevedere questa casualità. Se l’avesse fatto apposta allora? E il banchiere, poi, si sentirà in colpa? In fondo si è salvato la vita. Non è lui il vero attentatore, fatto sta che comunque ha buttato lui la bomba e ha “scelto” lui l’obbiettivo. Che fare? Andare alla polizia? Ci crederanno? E come pagare l’albergo? E se lo arrestassero per morosità e lui, alle strette, confessasse? In poche righe è racchiuso un intero mondo di possibilità, mondo che nel lusso delle mille pagine è precluso perché già raccontato.Il fascino dei libri invece si fonda sul non detto, e sulla cooperazione con chi li legge.

Purtroppo però le leggi del mercato sono ineluttabili. 1380 pagine, ergo la morte della fantasia e della lettura creativa, sono troppo poche, non bastano mai. Un po’ come gli yacht.

Jacopo Cirillo