credit http://www.flickr.com/photos/elsombrerodepensar/
Tutti fanno il gioco della bottiglia e dell’obbligo o verità. Noi lettori siamo discriminati dal non avere nessun gioco divertente da fare insieme per vanagloriarci l’un l’altro delle nostre letture.
Ma adesso sì. In “Scambi”, David Lodge (Bompiani 2001, 243 pp., 8 euro) inventa un gioco che ogni lettore assennato dovrebbe provare.
In gruppo, a turno, ognuno dice il titolo di un libro che NON ha letto e guadagna un punto per ogni altro partecipante che invece l’ha letto. Dunque, vince chi ha più lacune degli altri. E’ il gioco dell’ignoranza.
Ovviamente non vale dire “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”; non ci crederebbe nessuno. L’hanno letto tutti.
Il nome, però, è fuorviante. In realtà questo gioco dimostra bene una cosa: la cultura si fonda sulle lacune, sulle rotture e sui vuoti.
Fa ridere e fa pensare.
Pensiamoci allora.
Non ci si “accosta” alla cultura letteraria, nel senso che non si passa da fuori. Si “circola” nella cultura letteraria, cioè si è invischiati. Avvertire e controllare con apprensione le lacune è un sintomo di questa incapacità.
I libri stanno tra loro in un rapporto di interdipendenza, costituiscono un sistema. Le parti di un sistema si definiscono differenzialmente l’una con l’altra. Questo significa che l’identità di una parte è data dal fatto che non è nessuna delle altre parti. Io sono tutto quello che non sono.
Allora non è un paradosso dire che la mia cultura è definita da quello che non so.
E’ d’accordo con me Herman Hesse (“Una biblioteca della letteratura universale”, Adelphi 1979, 130 pp., 7 euro) che nel suo libricino ha provato a stilare la sua libreria ideale. Ma poi dice che non bisogna imporre ai fanciulli i libri leggere e da non leggere.
E la contraddizione nel dire che ognuno deve circolare come gli aggrada nella cultura e contemporaneamente imporre una scelta arbitraria, si supera meravigliosamente grazie a una virtù: la spocchia.
Tutte le opinioni personali sono spocchiose (soprattutto questa, che è metaspocchiosa).
Quando qualcuno propone una tesi che, anche minimamente, può essere contestata o che, in un certo senso, si contraddice, fa una premessa implicita: ho ragione, chi mi sta contestando ha torto. Faccia pure che io non me ne curo.
Tutti noi facciamo così. Chi scrive su un blog, chi scrive sulla Voce. Chi, in qualsiasi modo, vuole che le sue idee siano lette dagli altri. E gli altri devono dargli ragione, perché sono giuste (leggete, a scelta, “I prati di Sara” di Iva Zanicchi, Mondadori 2006, 200 pp., 8 euro o “Perché non possiamo essere cristiani” di Piergiorgio Odifreddi, Longanesi 2007, 264 pp., 15 euro).
Hermann Hesse è un gran spocchioso (“i nostri maestri tenevano in gran conto il Paradiso Perduto: ma qualcuno di noi l’ha forse letto? No. Dunque ci rinunciamo”) e mai, come in questo caso, l’aggettivo è così onorifico.
C’è un’altra cosa meravigliosa, consentita dalla letteratura e dalla spocchia: si può dare contro ai maestri del pensiero moderno occidentale.
Leggendo Hesse, mi sono trovato, alle volte, scettico. Sapendo argomentare il mio disaccordo, con la spocchia ho pensato di avere ragione rispetto all’autore.
Io ho ragione ed Hesse ha torto.
Immaginarsi la grandezza di questa possibilità.
Jacopo Cirillo






“Dio è morto.” (Nietzche)
“Nietzche è morto.” (Dio)
Chi ha piu’ spocchia dei 2?