I veri diritti del lettore

credit http://www.flickr.com/photos/furphotos/
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I Lunedì Metaletterari / I veri diritti del lettore

Fare una cosa che non si farebbe mai se lo si avesse fatto davvero è uno tra i modi migliori per cavarsela nelle situazioni più imbarazzanti. Ad esempio io mi trovo, per celia ed ebbrezza, a suonare un campanello alle due di notte. Succede che esce una guardia giurata, con una mitraglietta, e chiede perché ho suonato. Allora rispondo che sono stati due ragazzi che poi sono corsi via; se fossi stato io non sarei certo rimasto qui per raccontarglielo.Ho fatto una cosa (rimanere) che non avrei mai fatto se avessi fatto l’altra cosa (suonare il campanello). Però l’altra cosa l’ho fatta.

In certi libri succede lo stesso. Lo leggo e dico: no, lui non può scrivere un libro. E invece l’ha fatto. E mi frega. Parliamo di tutti i personaggi pubblici prestati alla scrittura e al romanzo. Hanno iniziato i comici, poi sono arrivati i presentatori, i politici, i calciatori, le vecchie glorie. E infine i relitti. A questo proposito, spesso si pensa che qualsiasi stupidaggine, se scritta in un libro, diventi improvvisamente un po’ più sensata o almeno legittima. Che qualsiasi banalità divenga interessante. E’ proprio vero: il libro ha ancora la funzione sociale di reificare i concetti.

Se qualcuno ha scritto un libro – viene da pensare – significa che ha le capacità e l’autorevolezza per farlo. E che le cose scritte siano, in qualche modo, inappellabili. Questo succede perché il libro è un feticcio, una cosa fatta oggetto di culto e stima da determinati gruppi sociali. Questi gruppi sociali rivendicano dei diritti. Diritti che, si badi, non sono affatto quelle imbarazzanti banalità snocciolate dal professor Daniel Pennac (Come un romanzo, Feltrinelli 2003, 144 pp., 6 euro e cinquanta). Pensate: io ho il diritto di non leggere. Di rileggere. Di non finire un libro se non mi piace. Io basisco. La prossima volta Pennac ci donerà un pamphlet sulla possibilità, ma che dico, sul diritto inalienabile di usare i libri per pareggiare le gambe dei tavoli.

I diritti del lettore, al contrario, rendono conto della “feticcità” del libro. Ho il diritto di sottolineare e scarabocchiare un libro. Scriverci a bordo pagina i miei commenti o riportarne le frasi più belle. Ho il diritto di non prestarlo a nessuno e il converso dovere di non prenderlo in prestito. Si conserva e si colleziona. Essendo i lettori un gruppo un po’ settario, ci sono anche dei doveri inalienabili, obblighi morali tra i quali i due corollari: non usare penne o evidenziatori; non fare le orecchie alla pagina. Ma l’obbligo morale più grande è questo: i libri non si masterizzano. La piaga da sconfiggere sono gli e-books, scaricabili da internet. Comodi per carità, ma iconoclasti. Addirittura Amazon.com ha lanciato sul mercato il Kindle, una specie di iPod per libri che ne contiene più di duecento. Sarebbe la fine e noi, determinati gruppi sociali, dobbiamo batterci per i nostri veri diritti. Anche se questo volesse dire comprare il libro di Gattuso. O di Iva Zanicchi.

Iva Zanicchi ha scritto un libro. Anzi due. Li sfoglio in libreria; obnubilato dalla potenza dei libri e confuso da tutti i miei diritti e doveri, ne compro uno. E alla fine lo leggo e dico: no, non posso avere letto un suo libro. E invece l’ho fatto. E mi ha fregato.

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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