La voce allo specchio

http://www.flickr.com/photos/danorth1/
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I Lunedì Metaletterari / La voce allo specchio

Quando si ascolta la propria voce registrata, è sempre un po’ strano. Non sembra l’originale, è brutta, diversa, Non avrò mica quella voce lì? E invece sì. La voce è diversa perché normalmente ce la si sente da dentro, dalle ossa, ma per colpa di queste diavolerie moderne, ormai si è costretti ad ascoltarla da fuori. Nelle autobiografie sembra succedere la stessa cosa. Ognuno la vita se la vive dal di dentro e dev’essere strano leggerla da fuori. Deve sembrare brutta, diversa, altra da sé; pur essendo il sé, effettivamente. Scrivere della propria vita è innaturale, perché ci si legge invece che viversi, come, nel registrare la voce, ci si ascolta invece di sentirsi.

Thomas De Quincey ha scritto un’autobiografia in cui racconta i bei tempi quando si faceva d’oppio (Confessioni di un oppiomane, Garzanti 2007, 206 pagine, 9 euro). Nelle prime pagine mette le mani avanti e parla della sua vita e delle ragioni che lo hanno spinto a drogarsi con una excusatio non petita un poco irritante. Poi passa febbrilmente a descrivere i piaceri (molti) e le pene (moltissime) dell’oppio, la sua disintossicazione e una sorpresina finale che non sveliamo.  L’oppio (distillato in gocce di laudano) è un potente allucinogeno che provoca sogni e visioni molto realistiche. Spesso De Quincey scrive testualmente che era “fuori di sé”. Nonostante vivesse, cioè fosse a rigore in sé. Allora questa strana situazione ribatte e amplifica l’idea di autobiografia poc’anzi dispiegata: è un’autobiografia scritta fuori di sé (per colpa della droga) e costutivamente fuori dal sé (tutta la storia della voce registrata).  Vuoi forse dire che queste due cose si elidono e il libro di De Quincey è l’autobiografia perfetta? No, certo che no. L’alienazione strisciante di quelle pagine lo rende un libro davvero ostico, davvero lontano. Comunque godibili rimangono le parti in cui De Quincey parla dei suoi compagnoni Wordsworth e Coleridge.

Il sommo poeta romantico Samuel Taylor Coleridge, peraltro anch’egli grande oppiomane e visionario (ricordate il vecchio marinaio?), parlò per primo di sospensione dell’incredulità, quel meccanismo per cui quando si legge un’opera di fantasia si fa finta di crederci, Si sospende il giudizio e ci si gode la narrazione, sorvolando su qualche possibile incongruenza. Non posso mettermi a leggere i Viaggi di Gulliver con spirito scientifico critico, come non posso guardare Lost chiedendomi continuamente come sia possibile che una nuvola di fumo nero uccida degli orsi bianchi in un’isola tropicale. Che si sposta.

In tempi moderni, la felice espressione è stata ri-tradotta nei termini di patto finzionale, un accordo tra il lettore e l’opera: io ci credo ma tu non fregarmi (essere oppiomani rende più facile immaginarsi questa conversazione). La deriva di questa dinamica è l’immedesimazione. E certi libri, diciamolo, sono esagerati. Cecità di Josè Saramago (Einaudi 2005, 315 pagine, 11 euro) parla di un’epidemia: uno dopo l’altro, tantissime persone in una città immaginaria si ritrovano improvvisamente cieche, senza nessun apparente motivo. Cecità strana perché non fa vedere tutto nero, bensì bianco. Inizialmente i ciechi sono pochi e, per paura di contagi, vengono assembrati tutti in un ex-manicomio in condizioni inumane. Il “mal bianco” però si espande sempre di più fino a contagiare tutta la città e, sembra, tutto il mondo. L’uomo, in quanto specie, perde una delle sue peculiarità: la vista. Il patto finzionale che questo libro richiede al lettore è talmente profondo e realistico che, mentre leggi, hai costantemente la paura di non vedere più le pagine da un momento all’altro. Hai paura di diventare cieco. La tensione eccede il libro e si riversa sul lettore in improbabili conseguenze di fantamedicina. Questa remota paura ti turba profondamente e neanche la battuta non vedo l’ora di leggerlo (o di finirlo) riesce a stemperarne la tensione.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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