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Ucronia. U-cronia significa nessun tempo. Come u-topia, nessun luogo.
Un romanzo pretenzioso è già difficile prima ancora di iniziare. Enrico Brizzi – sì, quello di Jack Frusciante – ha scritto un romanzo pretenzioso che, tra l’altro, è un romanzo ucronico. L’inattesa piega degli eventi (Baldini Castoldi Dalai 2008, 518 pp., 20 euro), racconta una storia alternativa: come sarebbe potuta andare se. In questo caso è andata che l’Italia ha vinto la seconda guerra mondiale, il Duce è sul letto di morte e i suoi gerarchi si scannano per prendere il suo posto e corroborare la fede fascista. A cavallo tra gli anni 50 e gli anni 60. Lorenzo Pellegrini, cronista sportivo di Stadio, trascura la ragazza sbagliata si ritrova in Africa orientale, che è italiana, per seguire il campionato di calcio locale, la serie Africa appunto. Succedono molte cose, strisciano molti razzismi, si spogliano molte donne. Ma soprattutto si giocano tante partite. Un’alternativa storia d’Italia raccontata attraverso il calcio. Il libro è perfetto: è scritto bene, racconta una bella storia, diverte, commuove e, soprattutto, non educa. Ma c’è di più.
Pier Paolo Pasolini, in Empirismo eretico, elogiava Gadda per il suo mimetismo: lo scrittore di quer pasticciaccio partiva dalla lingua alta, faceva incursioni nel vernacolo e ritornava con un cospicuo bottino. In un periodo in cui la lingua italiana non esisteva e doveva insegnarcela, con Campanile Sera, un italoamericano dal cognome così cordiale, Bongiorno. La commistione tra toni alti e scaramucce colloquiali è affascinante, rende dinamico un libro e umano il suo scrittore. Brizzi fa esattamente questo: premesse importanti (l’ucronia, l’agonia del duce), sviluppi profondi (il razzismo, gli attentati), finali gravidi di promesse (Pavolini, Farinacci e altri finiscono tutti maluccio), tutto raccontato con il mezzo più semplice e più popolare: il calcio. Che va rispettato perché è ancora, e giova ricordarlo, il più grande collante sociale d’Europa.
L’inattesa piega degli eventi sembra non avere nessun inghippo, tuttavia non è un capolavoro. Perché? Ce lo spiega Scerbanenco (Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro, I milanesi ammazzano al sabato, per dirne quattro). Per puerile pregiudizio, non sono un appassionato di gialli/noir di questo tipo. Nonostante ciò, i libri di Scerbanenco sono bellissimi, perché la sua scrittura cessa di essere un mezzo. Ha senso dire che di un autore non apprezzo le trame ma la scrittura? Si possono separare, in un libro, il cosa e il come? Si può leggere la scrittura? Sì, certamente sì. La scrittura è qualcosa che si può leggere e apprezzare in se stessa, a prescindere dalla storia che racconta. E in Scerbanenco (che in realtà si chiamerebbe Scerbanenko con la “k”), mi pare, la scrittura non dice. E’. I quattro libri citati sopra, allora, hanno uno stile che sembra non avere nessun inghippo, tuttavia non sono dei capolavori. Perché? Ma perché è la combinazione di questi due aspetti che dona l’immortalità. Quando la scrittura cessa di essere solo un mezzo, e il libro è così bello, ecco che abbiamo i Borges, i Kafka, i Dostoevskij. Altrimenti abbiamo “solo” un grande libro, come quello di Brizzi.
Spoiler: alla fine Mussolini muore.
Jacopo Cirillo






Probabilmente sono tarda di comprendonio. Un libro è un capolavoro quando la scrittura cessa di essere un mezzo e, cosa diventa? un fine? la scrittura un fine? poi aggiungi: è la combinazione dei due elementi – ahh meno male, penso – ma, aggiungo che, secondo il mio modesto parere la scrittura non si può apprezzare a prescindere dalla storia che racconta, proprio perché, contenuto e contenente sono elementi iscindibili. In sintesi, non ho capito bene:o si pensa che un capolavoro è tale quando i due elementi si combinano perfettamente, o si pensa che la scrittura si possa apprezzare a prescindere.
Aggiungo che ti ho scoperto stamattina ed è stata una bella scoperta.