Odisseo, Freud e gli extraterresti

Se un extraterrestre mi chiedesse quali libri leggere per capire chi è l’uomo gli darei l’Iliade e l’Odissea. Probabilmente il suddetto extraterrestre, di fronte a 27798 esametri epici, si chiederebbe se si tratta di un astuto stratagemma per ritardare lo sterminio del genere umano, ma in realtà penso sia una scelta abbastanza convenzionale e condivisibile.

Due poemi epici fondamentali della cultura occidentale, e soprattutto due paradigmi umani monumentali: Achille e Ulisse. Il primo: sempre fedele all’etica guerriera, invincibile furia bellica, non teme la morte ma solo di non veder riconosciuta la gloria che merita.

Il secondo: si fa valere con l’intelletto oltre che con le armi, è astuto ma anche fatalmente curioso. Pellegrina per tutto il Mediterraneo, ma infine torna a casa per riprendersi il suo posto di re, padre, marito. Eroe complesso, multiforme.

Ma quante forme ha assunto il nostro Odisseo nel suo avventuroso “viaggio” nella storia della letteratura? Dante, Pascoli, Foscolo, D’Annunzio, Gozzano, Saba, Ungaretti, Joyce… E di Achille chi ne ha parlato? Esempi ce ne saranno, ma non così tanti e così celebri. Qual è il motivo di questa disparità? Forse il fatto che il personaggio di Odisseo è stato per ciascuno di questi autori un alter ego.

Dante lo colloca all’Inferno, nella bolgia dei consiglieri di frode, ma il peccato di Ulisse non è tanto la truffa, quanto l’empia smania di conoscenza. Quando Dante racconta del naufragio di Odisseo, causato dalla sua ambizione di spingersi oltre i limiti del mondo umano guidato solo da intelletto e abilità, in realtà sta mettendo in guardia sé stesso. Dante è animato dal medesimo desiderio dell’eroe omerico: esplorare i misteri dell’uomo e della divinità non solo attraverso la teologia ma anche attraverso la filosofia e la poesia. L’Odisseo omerico davvero osa tanto? Al massimo si fa legare all’albero della nave per ascoltare il canto delle Sirene.

Foscolo invece lo menziona nel sonetto A Zacinto come “bello di fama e di sventura”, segnato dalla sorte tragica e grandiosa di peregrinare in un mare ostile e meraviglioso. Il poeta, condannato a rimanere lontano dalla patria, si rispecchia nella nostalgia dell’eroe, condivide il suo stesso dolore, e vagheggia di poter baciare nuovamente la terra madre come fece Ulisse. Ma in effetti Odisseo non si struggeva per Penelope tanto quanto a Foscolo piace credere: il poeta proietta sul personaggio omerico i propri sentimenti e desideri.

Infine nell’Ulisse di Joyce l’epopea mirabolante da Troia ad Itaca, attraverso le terre più esotiche e i popoli più incredibili, si riduce al tragitto di una giornata per le strade di Dublino, condensando in poche ore tutte le tappe esistenziali di quello di Ulisse. Un’Odissea moderna non può che essere un’Odissea in miniatura, nelle anguste strade di una città addormentata e soffocante. Leopold Bloom è il triste epigono di Odisseo in un secolo in cui c’è posto solo per individui mediocri, che vagano alla ricerca di sé stessi ma non sono capaci di affermarsi, di essere padroni del proprio destino. E Joyce sembra conoscere bene quel sentimento di vanità e insensatezza che si prova alla fine di una giornata, o di un viaggio, quando si torna a casa rendendosi conto di non aver maturato nulla in quelle ore, o in quella vita.

Dunque a ben guardare il personaggio di Odisseo non è tanto un doppio dell’autore, quanto il riflesso del suo io più profondo, fragile, inconfessabile, dove albergano i sentimenti che più lo caratterizzano: la brama di conoscenza per Dante, la nostalgia per la patria in Foscolo, la vanità del vivere umano per Joyce. E allora che cos’è l’archetipo di Odisseo? Non tanto il simbolo dell’esser umano, quanto della sua parte più emotiva, immaginifica, impulsiva, curiosa e fantasiosa. Freud lo chiamerebbe inconscio.

Invece Achille rappresenta il super-io, il mondo del dovere, delle convenzioni sociali, della vita pubblica.

E per fortuna la letteratura ama occuparsi più di sogni e viaggi che di obblighi e responsabilità. Per questo continuerà a parlare molto di Odisseo e poco di Achille.

E per questo se il nostro alieno leggerà Iliade e Odissea, conoscerà l’uomo nella sua interezza: una sintesi irrisolvibile di ragione e sentimento.

Viola Bianchetti

Ha un'identità in corso di definizione. Nel frattempo si gode la vita.

2 Commenti
  1. E’ proprio così: Achille e Odisseo figure archetipiche dell’uomo. Recentemente sull’Odissea è uscita un’originale rilettura (PER ALTRE TERRE di Ettore Catalano – Progedit) con la quale l’autore, accompagnato da illustrazioni di un artista, ripercorre il viaggio di Ulisse in compagnia delle “germinazioni” poetiche del Novecento (ma non solo) mediterranee. (Kavafis. Ritsos, Malerba, Seferis). Leopardi nello Zibaldone stroncò il personaggio di Ulisse:”…Or dunque volgendoci ai poemi epici veggiamo nell’Odissea che Ulisse, molto stimabile, in molte parti ammirabile e straordinario, in nessuna amabile, benchè sventurato per quasi tutto il poema, niente interessa. Ei non è giovane, anzi n’è ben lontano, benchè Omero si sforza di farlo apparire ancor giovane e bello per grazia speciale degli dei, di Minerva ec. o per una meraviglia (che
    niente ci persuade perchè inverisimile), piuttosto che per natura, anzi contro
    natura. Ma il lettore segue la natura, malgrado del poeta e Ulisse non gli pare
    nè giovane nè bello. Le qualità nelle quali Ulisse eccede, sono in gran parte
    altrettanto forse odiose quanto stimabili. La pazienza non è odiosa, ma tanto è
    lungi da essere amabile, che anzi l’impazienza si è amabile. Insomma ne nasce
    che Ulisse malgrado delle sue tante e sì grandi e sì varie e sì nuove e sì
    continue sventure, e malgrado ch’ei comparisca misero fino quasi all’ultimo
    punto, non riesce per niun modo amabile. E per tanto ei non interessa. Ulisse è
    personaggio meraviglioso e straordinario. I pedanti vi diranno che ciò basta ad
    essere interssante. Ma io dico che no, e che bisogna che a queste qualità si
    aggiunga l’essere amabile, e che quelle conducano e cospirino a produr questa,
    o, se non altro con lei, sieno condite; e che il protagonista sia
    maravigliosamente e straordinariamente amabile, cioè straordinario e
    maraviglioso nell’amabilità, o per lo meno tanto amabile quanto maraviglioso e
    straordinario”
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    “…Del resto par che Omero…volle poi nella vecchiezza (per quanto si dice
    dell’epoca dell’Odissea) modellare il perfetto politico; certo con poco e
    felice riuscimento, e men felice di quello degli altri poeti che lui seguirono,
    i quali fecero i loro eroi poco amabili, dov’egli il fece poco meno che
    odievole. E ben era ragione che così fosse, perchè quella era ancor l’epoca
    della natura, e troppo imperfetta era la ragione perch’altri potesse con buon
    esito modellare un carattere che avesse ad essere perfetto secondo lei, ed
    avere in lei il principio e la ragion della sua bontà e perfezione, ossia del
    suo esser buono e lodevole”.

  2. Il mio metter mano nuovamente alla storia di Ulisse è certo senza pudore e modestia. Perdonatemi mi rendo conto di quanto io sia ridicolo. Ma non l’ho fatto con presunzione, piuttosto con la consapevolezza che le storie vivono solo se narrate e tradite. Anche da aedi stanchi e falliti come me. Sì, anche io mi sono identificato e racconto attraverso il loro il mio fallimento, la loro e la mia deriva.

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