Possiamo dire un po’ quello che ci pare

credit http://www.flickr.com/photos/red_devil/
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I Lunedì Metaletterari / Possiamo dire un po’ quello che ci pare

In matematica meno per meno fa più. In letteratura invece possiamo dire un po’ quello che ci pare. E soprattutto trovare in un libro, qualsiasi libro, un giardino di sentieri che si biforcano. Roy Lewis è un grande vecchio della letteratura umoristica anglosassone, della generazione precedente a quella di Alan Bennett, e ha scritto un delizioso libro, The evolution man, tradotto per una volta tanto felicemente come Il più grande uomo scimmia del pleistocene (Adelphi 1995, 178 pagine, 10 euro).  Questo romanzo racconta di una famiglia del pleistocene e dell’intraprendente babbo Edward che inventa, nell’ordine, il fuoco, l’esogamia, la pittura rupestre, la cottura, l’arco. Da un semplice libro, acuto e brillante quanto si vuole ma pur sempre di duecento pagine scarse, si possono tirare fuori tanti di quegli spunti da riempire le caverne di Altamira o di Lascaux.

Un tema presente trasversalmente in tutto il libro, anche se mai palesato, è l’intelligenza. Anzitutto possiamo definirla come atto di pensiero. Il saggio Edward dice che il linguaggio precede e nutre il pensiero. Vero, verissimo. Senza articolazione linguistica, non potremmo categorizzare il mondo. Ancora di più, senza un vocabolario adeguato non avremmo capacità di astrazione, dunque di ragionamento. Edward si lamenta del proprio scarso lessico ma, paradossalmente, lo fa parlando in maniera molto forbita. Dice di non saper parlare parlando benissimo e, con questo, ci insegna una cosa tutt’altro che banale: nel Pleistocene, come nel 2008, inventare qualcosa significa, prima di tutto, inventarne il nome. Saperla dire.

L’intelligenza è anche adattamento. Sapersi adattare alle situazioni, sapersi conformare a strutture mentali e sociali diverse dalla propria. Questo è un libro sull’adattamento che, come viene ricordato spesso, differisce dall’evoluzione per la velocità di attuazione. L’adattamento è di tre tipi: fisico, sociale e mentale. E, guarda un po’, nel libro sono presenti esempi brillantissimi di tutti e tre le occorrenze. Adattamento fisico: Edward è il pioniere degli uomini scimmia che sono discesi dagli alberi per acquisire la posizione eretta e prepararsi al dominio del mondo. La conformazione ossea si adatta al nuovo mondo, quello “terreno”, tramite un meccanismo che in molti hanno chiamato prensione analogizzante. Per capirci: il nuovo ambiente è strutturato sulla verticalità, quindi raddrizzo, per analogia, la spina dorsale. Adattamento sociale: Edward, un bel pomeriggio, porta i suoi tre figli a una battuta di caccia ma, dopo molto peregrinare, li mette spalle al muro annunciando di aver inventato l’esogamia: basta accoppiarsi con le proprie sorelle, bisogna aprire la tribù ad altri geni. Il progresso ha bisogno di mescolanza e così la società si adatta, mescolandosi. Adattamento mentale: per convincere i figli alla fatica di intortare altre donne, Edward prende come esempio i castori e le loro dighe: loro fermano i fiumi e l’acqua, passando dal piccolo pertugio che rimane aperto, acquista una potenza irresistibile. Solo che noi non siamo fiumi, quindi dobbiamo farlo nella testa. Questo dimostra l’importante capacità di isolare, capire e adattare una stessa struttura mentale (uno sbarramento per sviluppare una forza) in declinazioni completamente diverse.

Umberto Eco parlava del libro come un’opera aperta. Borges lo paragonava a un giardino dai sentieri che si biforcano. Deleuze a un rizoma. Stessa struttura, stessa bellezza, stesso discorso: meno per meno fa anche meno. Possiamo dire un po’ quello che ci pare.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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