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I Lunedì Metaletterari / Puntatori
Ci sono alcune cose che stanno dentro a un libro. Altre, invece, puntano verso il fuori. Tullio Avoledo ha scritto tanti bei romanzi: uno dei più apprezzabili è sicuramente Lo stato dell’unione (Sironi 2005, 445 pp. 12 euro) in cui un pubblicitario fallito ha a che fare coi Celti e con cose che puzzano di secessione. E con un bambino che accusa chiunque di puzzare. E con una moglie che possiede solo ciabatte col tacco di mogano e le lancia mirando alle tempie.
Avoledo fa un giochino: le ultime parole di ogni capitolo sono le stesse con cui inizia il capitolo successivo. A volte gli riesce bene, quando il contesto cambia e la stessa locuzione si adatta a due situazioni diverse (ad esempio un inglese che dice you too e una disquisizione sulla pronuncia di U2). Altre volte riesce meno bene, visto che si continua a parlare della stessa cosa, e dunque rimane l’impressione di un taglio strappa applausi in un capitolo che semplicemente sarebbe risultato un poco più lungo. Ma va bè. Il punto è che questo divertissement ha luogo, senso e cittadinanza solo dentro al libro. È una questione privata delle pagine e nelle pagine, non ha nessun referente esterno. Chiamiamo questo giochino giochino semantico. Il giochino sintattico invece è quello che, per l’appunto, gioca con la posizione delle parole nella frase. Se scrivo: semantica e sintassi: questa si riferisce al significante e quella al significato, oltre ad aver detto un’imprecisione ho abbozzato un riferimento incrociato all’interno della frase. I pronomi dimostrativi “quella” e “questa” non indicano niente al di fuori. Sono orizzontali, monodimensionali. Questa è la sintassi e quella è la grammatica. Non sono cose mondane ma testuali. Che divertimento!
Ci sono alcune cose invece che, come si diceva prima, puntano verso il fuori. A livello linguistico queste frecce si chiamano deissi. E servono a collocare una frase o un enunciato in una situazione di spazio e di tempo, in un contesto esterno alla logica della frase. Verso la realtà. Ieri. Qui. Là. Tu. Io. Per esempio: un gioiello come La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia (Adelphi 2004, 119 pp. 9 euro). Majorana era un ganzo: Fermi gli dava del genio, Heisemberg del modesto, i “ragazzi di via Panisperna” del disadattato, sua madre del ragazzo sensibile. La sua scomparsa però è un libro che eccede, straborda verso il fuori, verso il contesto, verso la realtà. È una storia vera, romanzata. Un’indagine vera, congetturata. E letterariamente, purtroppo solo letterariamente, risolta. Quando Sciascia dice io, intende proprio lui, quello fuori dal libro e all’estremità della penna. Quando Sciascia dice là, intende proprio là, in Sicilia, nella Sicilia fuori dal libro e all’estremità dell’Italia.
Ma non saremmo noi se non trovassimo l’eccezione, l’inghippo. Bret Easton Ellis ha scritto un libro incredibile che si chiama Lunar Park (Einaudi 2007, 336 pp. 12 euro). Ci sarebbero un milione di cose da dirci su ma per adesso quello che importa è che stiamo parlando di una finta autobiografia. Lui giura e spergiura che siano tutti fatti veramente accaduti ma leggendolo ci si rende facilmente conto del trucco. Questo però gli permette di fare continui riferimenti a un fuori dal libro che sembra reale ma in realtà è un’altra rappresentazione del mondo, al pari di quella delle pagine. E’ un’altra finzione. È una finta deissi allora, perché punta un fuori che non esiste.
Poi ci sarebbe Icaro involato di Raymond Queneau (Einaudi 2006, 188 pp. 9 euro e cinquanta), in cui il personaggio di un libro, stufo probabilmente di tutte queste noiose dissertazioni sui giochini semantici e sintattici, esce dal libro e scappa per le vie di Parigi. Ma questo è tutto un altro racconto.
Jacopo Cirillo





